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“Una paziente mi ringraziò perché con Dottor Libro conobbe Erri De Luca”. Intervista a Claudio Madau

Claudio, raccontaci di te, facci un riassunto in trenta parole della tua vita.
Sono Claudio Madau, ho 38 anni, vengo da Oristano e vivo a Roma dal 2005.
Sono libraio e organizzatore di eventi culturali.
Ho lavorato per tre librerie dal 2007 al 2019.

Dottor Libro. Presentaci questo progetto. Come lo definiresti? Biblioterapia applicata, cultura per la cura? Come è nata l’idea?
L’idea di Dottor Libro è nata all’epoca in cui ero uno dei titolari della libreria Hop&Book, che si trovava in via dell’Amba Aradam a Roma, proprio nei pressi dell’ospedale San Giovanni; così nel periodo precedente al Natale 2016, ho contattato via mail i dirigenti della struttura per sapere se fossero interessati ad ospitare all’interno una rassegna letteraria con la partecipazione di scrittori disposti a parlare di libri. Ho immaginato che gli incontri letterari potessero rappresentare l’occasione di alleviare la costrizione della degenza per i pazienti, soprattutto in un momento delicato come quello delle festività natalizie e, allo stesso tempo, l’impegno professionale, spesso gravoso, per il personale ospedaliero. Dopo neanche 10 minuti dall’invio della mail l’ufficio stampa dell’Ospedale San Giovanni era in libreria per parlare dell’idea.
Le prime tre edizioni si sono svolte all’interno degli Ospedali San Giovanni e San Camillo di Roma per un massimo di 5 incontri a edizione, a cadenza settimanale.
Il progetto naturalmente è completamente gratuito sia per l’ospedale che per i partecipanti. Inoltre gli incontri sono aperti anche al pubblico esterno, perché ritengo sia altrettanto importante che i cittadini possano riconoscere in una struttura di vitale importanza come l’Ospedale, un punto di riferimento per il quartiere.
Mi riesce difficile dare una definizione sintetica di Dottor Libro; direi che dà modo di mettere in contatto tra di loro le persone attraverso la letteratura e offre la possibilità di incontri che hanno un significato particolare, perché avvengono in contesti dove maggiormente si può pensare e sentire un libro come un atto di cura e un autore come colui che ne genera lo spunto.

Ci sono state difficoltà a realizzarlo? Se sì, raccontaci quali e soprattutto, come sei riuscito a superarle.
Certo, le difficoltà ci sono state e ci sono, come in ogni progetto. È necessario avere pazienza, sono molti i referenti che entrano in gioco nella realizzazione della rassegna, tutti estremamente impegnati, e dunque bisogna mettere in conto che le previsioni sulle tempistiche organizzative quasi sempre non saranno quelle che ti saresti aspettato.

Qual è stata la soddisfazione o le soddisfazioni più grandi che ti ha donato il progetto, prima ancora di ottenere il riconoscimento di Cavaliere della Repubblica?
Ci sono state persone, tra i degenti, che mi hanno ringraziato per avergli permesso di incontrare il loro autore preferito: ricordo particolarmente una paziente che, durante il primo anno della rassegna, mi ha ringraziato per averle offerto l’occasione di conoscere Erri De Luca, di cui era una grande ammiratrice. In quel momento ho capito che il progetto Dottor Libro aveva raggiunto l’obiettivo prefissato: donare ad una persona in difficoltà un momento di alleviamento della sofferenza.

Gli autori, gli editori, ti hanno seguito da subito, in questa iniziativa?
La prima edizione è stata una sorpresa perché sono riuscito a organizzare gli incontri in un solo mese, parlando direttamente con gli autori. Successivamente le difficoltà sono aumentate: non avendo più avuto la possibilità di parlare direttamente con gli scrittori, ho dovuto dialogare con chi si occupa di seguire l’agenda di autori molto noti e trovare uno spazio, com’è naturale, non è sempre stato semplice.

Dottor Libro è alla sua quarta edizione, anno dopo anno è cresciuto di importanza, coinvolgendo autori prestigiosissimi e spostandosi di sede, dall’ospedale San Giovanni al San Camillo Forlanini, sempre su Roma. Parlaci delle tue idee per il futuro, cosa farai per farlo diventare ancora più importante, più utile. Più terapeutico.
Il primo passo in questo senso è già in cantiere: da quest’anno infatti il progetto sarà finalmente itinerante. Ad oggi a Roma abbiamo diverse strutture che hanno dato la disponibilità a ospitare le presentazioni nei prossimi mesi. Questo permetterà alla rassegna di aumentare il numero degli incontri in modo da coprire più parti della città. Inoltre stiamo lavorando per aumentare “l’offerta” di Dottor Libro: ci piacerebbe proporre anche eventi diversi dalle presentazioni, sempre in ambito culturale e artistico e naturalmente sempre con la medesima finalità.

Da quando hai iniziato a capire che il mondo dei libri e più in generale della cultura era quello a cui volevi appartenere e che volevi diventasse la tua professione?
Non c’è stato un momento preciso in cui l’ho capito, è stato tutto abbastanza casuale. Dal 2007 ho iniziato la mia carriera da libraio per caso. Ero a Roma da due anni, frequentavo un corso per diventare webmaster; inizialmente ho provato a percorrere quella strada fino a quando non ho avuto la possibilità di lavorare per una delle più grandi catene librarie di Roma. Da quel momento non ho più smesso di stare in mezzo ai libri.

Ci dici cosa c’è di più bello nell’ambiente letterario e cosa invece vorresti riuscire a cambiare perché non ti piace?
Sicuramente il continuo confronto con lettori e scrittori è ciò che mi porto dentro di questi anni. In molti casi il rapporto che si instaura è talmente forte che diventa un’amicizia profonda. Ciò che mi piace meno è il “prendersi troppo sul serio” di molti addetti ai lavori in ambito letterario, atteggiamento che favorisce il formarsi di “elite” e blocca invece lo scambio autentico di opinioni e scoperte, motore essenziale per la crescita culturale e umana.

Che rapporto hai con gli altri attori del mondo culturale? Ci sono ruoli e professioni ai quali ti senti più vicino e altri con cui ha meno affinità e sintonia?
Sicuramente la maggior sintonia l’ho instaurata con i librai, categoria di cui ho fatto parte per molti anni e di cui conosco le difficoltà e le risorse e soprattutto la grande passione e determinazione.
Non penso ci siano ambiti professionali con i quali non ho affinità, semmai in quest’ultimo anno sto cercando di costruire nuovi rapporti, in primis con gli uffici stampa delle case editrici.

Per finire, il futuro della cultura in Italia, puoi farci una previsione di cosa ti aspetti possa succedere e cosa bisognerebbe fare per fare meglio e di più? Quali iniziative, quali programmi bisognerebbe sviluppare e quali sostegni sarebbero necessari dalle istituzioni e dal mondo scolastico e universitario?
Questa è una domanda molto importante e la risposta non è facilissima. Credo che il primo passo debba essere quello di tornare a considerare la cultura una delle prime fonti di sostentamento del nostro Paese. Aumentare le risorse per i beni culturali, formare nuove generazioni che abbiano a cuore il nostro patrimonio artistico. Bisognerebbe investire sui mass media per avere una classe giornalistica maggiormente professionalizzata, inoltre è importante che si agevoli la sopravvivenza delle librerie con agevolazioni fiscali sugli affitti e sulle tasse. Mi auguro che in futuro la situazione possa migliorare.