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“Storie e drammi che rappresentano la bellezza di cui parla Dostoevskij”. Intervista a Luca Attanasio

Quello con Luca Attanasio, grande amico di “Fieramente il Libro”, nella sua veste di giornalista geo-politico, è un incontro particolare, in grado di dare uno scossone che scompigli convinzioni rassicuranti e pseudo verità. Mirabile, nella professione di Attanasio, è lo stile inappuntabile, la correttezza e il coraggio di scrivere e parlare solo di ciò che conosce e che sperimenta direttamente, anche quando questo comporta il rischio di prendere posizioni scomode e impopolari.

Luca Attanasio: parlare con te consente di affrontare temi quanto mai attuali e fondamentali per una lettura corretta di ciò che sta accadendo intorno a noi, con particolare riferimento al tema dell’immigrazione sul quale sei particolarmente ferrato e competente. Innanzitutto, per te trattare questo argomento e approfondire questo fenomeno è stata una scelta o una casualità?
Come giornalista geopolitico ho trattato spesso temi legati all’Africa e al Medio Oriente. In quelle zone, purtroppo, si concentrano alcuni dei problemi sociali più giganteschi che, a loro volta, generano esodi forzati di massa. Ho voluto approfondire, quindi, parlando di quelle zone, la questione degli sfollati, i campi profughi, la vita delle famiglie che lasciavano il proprio luogo non per scelta ma per necessità di salvarsi la pelle. Ho cominciato allora a desiderare da professionista e da uomo di incontrarli, di farmi spiegare da loro il fenomeno visto che ne erano i primi protagonisti. E ne è nata una passione.

In ogni caso, appare evidente come l’argomento ti abbia coinvolto in modo assoluto, a tal punto da trasformarlo nel protagonista di alcuni libri che hai scritto, come “Se questa è una donna” e “Il Bagaglio”. Ti andrebbe di raccontare la genesi di “Se questa è una donna” e cosa ha rappresentato per te?
Anni fa, a seguito di viaggi in Medio Oriente e Africa Sub Sahariana ho pensato di raccogliere materiale sul fenomeno della tortura sulle donne, una questione purtroppo sempre più diffusa. Ho cominciato a intervistare una serie di donne in vari luoghi del mondo e poi mi sono concentrato su un ambulatorio per il trattamento della tortura presso il San Gallicano di Roma. Lì con il team delle psicologhe e dei mediatori abbiamo messo su un vero e proprio laboratorio letterario con donne che avessero il desiderio di raccontarsi e consegnarmi le loro storie, tre di loro, un’etiope, una burkinabè e una iraniana sposa bambina, giunte in Italia negli anni precedenti, hanno accettato e abbiamo iniziato un meraviglioso percorso durato oltre un anno. Alla fine, dall’idea di scrivere un testo giornalistico, sono passato al progetto di farne una raccolta di racconti, di utilizzare il linguaggio della letteratura perché le loro storie, al di là del dramma, rappresentavano la bellezza di cui parla Dostoevskij.

Ancora in tema di immigrazione, hai pubblicato poi “Il bagaglio” che ha avuto recentemente una seconda edizione ampliata e aggiornata. In esso il tema si focalizza sul problema dei migranti minori non accompagnati. Anche se occorrerebbe molto più che un’intervista per comprenderlo e scandagliarlo a dovere, vorresti parlare di questo aspetto del fenomeno?
Fino a qualche anno fa il fenomeno dei migranti minorenni giunti sul nostro suolo senza l’accompagnamento di un genitore, un parente, un adulto di riferimento, faceva registrare una costante ascesa senza mai però raggiungere livelli allarmanti. A partire dal 2011, con lo scoppio delle Primavere Arabe e, in modo ancora più perentorio dal 2013 in poi, la realtà è drasticamente cambiata. Negli anni tra il 2013 e il 2015 gli arrivi di minori stranieri non accompagnati in Italia sono aumentati del 100%, giungendo a superare la cifra di 15 mila. Allora ho cominciato a chiedermi: Da dove vengono questi bambini Ulisse? Che storie hanno? Perché partono? Cosa gli succede durante il viaggio? Come risponde il nostro paese a questa emergenza umanitaria? Quali sono le legislazioni che regolano l’accoglienza? Che uomini e donne diventeranno? Che apporto possono portare ai Paesi che li ricevono? ‘Il Bagaglio’ è quindi un tentativo umano prima che giornalistico di dare risposte a queste domande attraverso due approcci. Il primo, quello della narrazione, racconta l’incredibile storia di Keita, un ragazzino di appena tredici anni che assiste alla morte dei propri genitori uccisi dalla guerra civile in Costa D’Avorio e, rimasto solo, decide di lasciare la casa distrutta dai bombardamenti. Analfabeta, senza soldi, ignaro dei principi minimali della geografia, si accoda a un gruppo di profughi che lasciano a piedi il paese terrorizzati dal conflitto, unico membro senza famiglia della misera carovana. Passerà una serie infinita di Paesi, montagne, deserti, mari e situazioni, conoscerà uomini cattivi e crudeli, farà amicizia con ragazzi, uomini e donne teneri come lui, toccherà con mano le fiamme dell’inferno, vedrà con i suoi occhi scuri l’abiezione del mondo, resistendo come farebbe un eroe delle mitologie. Il secondo, quello dell’inchiesta, attraverso dati, analisi, e interviste a minori non accompagnati, operatori, esperti, forze di polizia, organismi di accoglienza e identificazione, offre una fotografia d’insieme che aiuta a inquadrare il fenomeno e incoraggia un sano dibattito.

Quali sono sostanzialmente le differenze fra la prima e la seconda edizione de “Il bagaglio”?
Sostanzialmente la II edizione è un altro libro. Resta solo la prima parte, la storia di Mohamed Keita. Nasce da una serie di esigenze. Innanzitutto bisognava dar conto delle tante novità – alcune positive, altre molto meno – che hanno riguardato il fenomeno dei minori stranieri non accompagnati negli ultimi due anni e mezzo (dall’uscita della prima edizione) e che hanno profondente mutato il contesto in un senso o nel suo opposto.
Prima di ogni altra cosa, va senz’altro menzionata l’irruzione nel quadro legislativo del nostro Paese della legge 7 aprile 2017, n. 47: “Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati” (legge Zampa), una normativa rivoluzionaria.
Vi sono poi una serie di cambiamenti geopolitici avvenuti nel mondo che hanno di certo determinato mutamenti significativi riguardanti il fenomeno migratorio in genere, nella fattispecie quello dei minori soli. Tra questi c’è ad esempio l’inaspettato quanto felice passaggio dalla dittatura alla democrazia accaduto in Gambia – uno dei Paesi di maggiore provenienza di minori stranieri non accompagnati – nel dicembre del 2016, o il mutato quadro politico di alcuni Paesi travolti dalla Primavere Arabe.Parlando dell’Italia, nel 2017, il nostro governo e la Libia hanno raggiunto un accordo per il contenimento dei flussi che ha drasticamente ridotto gli arrivi ma aumentato le crudeli permanenze nei centri di raccolta in Libia, così come le critiche di tantissime realtà politiche, associative, religiose.
La vera svolta italiana, però, nel senso deteriore del termine, in quanto a strumentalizzazione del fenomeno immigratorio, scarsissima comprensione e successivo scivolamento verso politiche dichiaratamente xenofobe a meri fini propagandistici, avviene a partire dall’insediamento del governo Conte e la nomina a Ministro degli Interni di Matteo Salvini. Proprio l’Unione Europea è l’altro grande protagonista negativo della situazione che si è venuta a creare nella quale il nuovo corso italiano si inserisce a pieno titolo. Il cosiddetto Blocco di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, ma vari altri Paesi hanno aderito de facto alla strategia) pur avendo numeri assolutamente irrisori di immigrati extracomunitari nei propri confini, continua ad invocare presunte invasioni e a chiudere le proprie frontiere. Il problema, in realtà, non è solo ‘orientale’. Alla base della scelta di procedere a una nuova avventura de ‘Il Bagaglio’ c’è anche una nuova consapevolezza del fenomeno dovuta da una parte alla scoperta sempre più evidente di un’altra Italia (e un’altra Europa), seria e solidale, che in questi due anni e mezzo dall’uscita della prima edizione si è fatta prepotentemente spazio nella mia esperienza, dall’altra a una ulteriore personale immersione nel mondo ‘immigrazione’ che ho desiderato far emergere. Questa nuova edizione, quindi, va immaginata più come un laboratorio cui hanno contribuito tanti: responsabili od operatori di realtà associative o centri di accoglienza, politici, rappresentanti di istituzioni, esperti, tutori volontari, blogger, giornalisti e scrittori, rettori, docenti, ragazzi, bambini, e poi loro, i veri protagonisti del fenomeno, spesso incredibilmente negletti nel dibattito, portatori di un vento nuovo di umanità e strumenti efficacissimi per la comprensione di fenomeni sociologici e della vita in genere. Non smetterò mai, dopo aver pianto per le loro storie, di incantarmi per la loro bellezza.

In questo percorso professionale e letterario, hai avuto l’opportunità di entrare in relazione con persone che ti hanno affidato in qualche modo le loro storie cariche di sofferenza, dolore e coraggio. Oltre l’emozione e il turbamento iniziali, cosa ne hai ricevuto come uomo?
Un senso bellissimo di rapporti umani ritrovati, una profonda sensazione di dignità e la speranza che il nostro Paese, proprio a partire da questi ragazzi, possa ripartire più umano, più serio, più informato e più ricco, in tutti i sensi.

Anche se immaginiamo che ogni storia ti sia ben impressa nella mente e nell’animo, ce n’è una che per un particolare motivo ti sembra particolarmente emblematica e significativa?
Da un mio articolo su La Stampa: “Sono il figlio maggiore di una famiglia composta da mia madre, 4 fratelli e 4 sorelle – spiega Jerreh Jaieth, un giovane gambiano che a 16 anni ha lasciato il suo Paese flagellato da una durissima dittatura ultra-ventennale (a dicembre sorprendentemente sconfitta da un clamoroso risultato elettorale, ndr) e da povertà endemiche –. A un certo punto della mia vita ho pensato che l’unica soluzione fosse partire. Mio padre è morto, mamma lavorava poco, io cercavo di aiutare ma spesso non avevamo i soldi per mangiare”. Così, dopo aver fatto il sarto per un po’ di tempo, senza mai aver avuto la possibilità di andare a scuola, Jerreh, si rivolge ai trafficanti della sua zona, paga e si mette in viaggio. “Abbiamo viaggiato in Senegal a bordo di vari pulmini e pagato soldi ogni pochi km, poi abbiamo superato il confine con il Mali”. Da lì il Burkina Faso, il Niger “dove sono rimasto un mese per lavorare e raccogliere soldi per la tappa successiva: non compravo nulla avevo solo due pantaloni e una maglietta che mi lavavo ripetutamente …” e il deserto: “una parte durissima, dovevamo indossare una maschera per la sabbia, quando siamo arrivati in Libia, pensai che finalmente sarebbe arrivata la felicità”. Invece, quel passaggio, si rivelerà una sorta di tuffo verso l’ultimo girone dell’inferno.
Jerreh arriva in Libia all’inizio del 2014, trova una lavoretto nella grande moschea di Tripoli e prova a non farsi notare troppo. Una sera, però, la polizia, in cerca di soldi, fa una retata e chiede il passaporto a un gruppo di giovani stranieri. “Io e i miei due amici, eravamo senza documenti. Un poliziotto ha imbracciato il fucile e senza perdere tempo ha iniziato a sparare. Sono scappato e per mia fortuna, sono inciampato su un sasso e caduto per terra, altrimenti, mi avrebbero preso in pieno”. Rimasto solo, terrorizzato si rifugia nella boscaglia alla periferia di Tripoli ma viene intercettato da sedicenti membri dell’esercito e schiaffato in prigione dove verrà picchiato e privato del cibo per vari giorni. “Nel luglio del 2014 sono riuscito a pagare un altro trafficante che mi ha fatto salire assieme ad altri 110 su un barcone. Ma durante il viaggio in mare sono stato molto male, perdevo sangue e a un certo punto sono svenuto”. Per fortuna, nel frattempo, il barcone era approdato a Lampedusa dove Jerreh è stato trasportato d’urgenza in ospedale. “Ed è cominciata per me una nuova vita. Lavoro, guadagno 450 euro al mese che mando quasi interamente a mamma”.

Ti andrebbe di condividere la tua opinione su come il fenomeno dell’immigrazione potrebbe/dovrebbe essere affrontato, e sugli errori più grossolani che si continuano a commettere in proposito?
Innanzitutto bisognerebbe concentrare energie, teste pensanti, conoscenze, studi e soldi (anziché darli alla Turchia o, ancora peggio, alla Libia), per evitare che milioni di persone si spostino nel mondo alla mercé dei trafficanti e venendo sistematicamente violati o, molto spesso, morendo. Inoltre bisognerebbe innescare una sana campagna di informazione e comunicazione che spieghi la realtà, sbugiardi la spaventosa mistificazione secondo cui ‘siamo invasi’ e riporti tutto a un piano prima reale, poi umano.

Nella tua professione, ma forse più ampiamente nella tua vita, ricopri il ruolo di un coraggioso combattente che non si arrende nonostante le difficoltà e trova nei piccoli successi motivi sufficienti per proseguire nella diffusione della verità. “Resistere”, pertanto, sembra essere in sintesi il tuo motto e il tuo romanzo “Libera Resistenza” – nel quale il tema si discosta dai precedenti solo apparentemente – può essere considerato un libro in cui il dovere di resistere (alla tentazione di mollare, all’insinuarsi della menzogna, al pericolo dell’egoismo serpeggiante) appartiene a qualunque epoca e a ogni generazione. Sei d’accordo?
Assolutamente sì. La Resistenza è per me un modo di vivere, un modello sempre attualissimo di condivisione della società, lotta contro i nazifascismi sempre risorgenti, solidarietà e parità. In tutti i campi. Non la ho mai considerata solo un meraviglioso esperimento storico

Grazie, Luca, per averci turbato, per aver messo disordine nelle nostre menti e aver dato la possibilità, rimescolando le carte, di guardare alla cronaca dei nostri giorni con occhio più limpido e obiettivo.

 

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