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“Scrivere è per me una passione, un desiderio, un’ossessione”. Intervista ad Alessandro Mazzarelli

Alessandro Mazzarelli, la domanda iniziale è la più semplice, o forse la più complicata: spiegaci in poche parole chi sei, cosa ami fare e cosa significa per te scrivere.
Se questa è la più semplice, ho paura di conoscere le altre. Scrivere è per me molte cose insieme, è una passione, un desiderio, un’ossessione. È la stanza chiusa da cui fuggire e allo stesso tempo l’unico posto dove vorrei essere quando sono altrove. È la tensione verso qualcosa che ancora non c’è. Ma anche esercizio, disciplina, apprendimento, errori. Sono una persona a cui piace infilare le mani in questo strano brodo, rimestando, sporcando e sbrodolando. Incerto se buttare tutto nel lavandino o invitare qualcuno a cena convinto di aver realizzato un piatto prelibato.

Sei giovane, ma non giovanissimo. In un mondo editoriale dove spopolano – tra gli altri – i libri degli adolescenti, degli youtuber e le autobiografie (più o meno corrette da ghostwriter) di cantanti e calciatori, tu sei arrivato a pubblicare il primo romanzo già maturo e avendo già percorso altre esperienze professionali. Qual è stata la molla che ti ha portato a scrivere?
Più che una molla, un sentiero. Ho imboccato bivi che non portavano da nessuna parte, mi sono distratto, ho coltivato la mia passione per la lettura, ho soggiornato dentro rifugi accoglienti forse per un tempo troppo lungo. E quando sono arrivato alla prima pubblicazione avevo 42 anni. Non so se sia tardi, non credo sia una gara.

Come qualcuno certamente ti avrà detto, il tuo “L’uomo in blu” potrebbe essere considerato il sequel letterario del film del 1991 “Il portaborse” di Daniele Luchetti. Però il tuo tono è ancora più sardonico e forse amaro, rispetto a quello del film, in cui c’è alla fine il soprassalto violento di una ribellione. Quel film è stato un’ispirazione o la narrazione di questo tipo di figura è solo una coincidenza quasi trent’anni dopo?
Conosco il mondo descritto nel romanzo – un mondo che in senso ampio potremmo definire della politica – perché ci lavoro da oltre quindici anni. In alcune stagioni più vicino all’epicentro, in altre osservandolo da una posizione defilata. Il portaborse è un bellissimo film, uno dei pochi tra l’altro che ha provato a raccontare la politica italiana. Personalmente credo di essere stato ispirato soprattutto dalla quotidianità di questi anni, dalle esperienze che ho fatto, da un’osservazione attenta della natura umana, del modo in cui si comporta nel suo avvicinarsi al potere.

Il tuo romanzo, può essere considerato anche come un manifesto di denuncia, civile e politica, o la tua intenzione era solo quella di scrivere un’opera letteraria, lasciando sospeso il tuo giudizio e lasciando alla coscienza di ogni singolo lettore di interpretare come sente e preferisce la storia che gli racconti?
Non ho mai pensato di scrivere un manifesto, meno che mai di denuncia. Racconto una storia. Di passioni, di aspirazioni, di speranze, di delusioni, di amori, di gelosie, di potere, di sesso, di cadute e di lividi. Una storia di salite e discese. Mi interessa poco riempire le caselle dei buoni e cattivi. Le divisioni manichee, secondo me, hanno il grande difetto di non riuscire a cogliere la complessità del mondo. Trovo più interessante abitare le contraddizioni, e provare a raccontarle.

La tua vita professionale, come quella di tanti altri scrittori di quest’epoca, è basata anche su altre attività. Aver pubblicato un romanzo come questo, come e in cosa ha modificato il tuo rapporto con gli altri? Nella tua quotidianità ci sono state delle variazioni? Nello sguardo degli altri verso di te percepisci dei cambiamenti?
Qualcosa in effetti è cambiato, adesso mi credono se dico che rimango a casa a scrivere. Non pensano più che sia una scusa per rifiutare inviti a cena o gite fuori porta. E anche la percezione che in fondo non avevo tutti i torti, non era soltanto una follia della mia mente ma una storia che poteva interessare anche altri.

Hai pubblicato con un editore di “medie dimensioni”; secondo te nel panorama editoriale attuale, c’è ancora spazio per una letteratura coraggiosa e che abbia la forza di raccontare verità scomode? Un cosiddetto “grande editore” avrebbe mai pubblicato “L’uomo in blu”?
A Loretta Santini (editrice di Elliot) il romanzo è piaciuto subito, e mi ha trasmesso il suo entusiasmo. Ho percepito che la casa editrice credeva ne L’uomo in blu, forse perché raccontava una storia diversa dalle altre. Mi ha fatto molto piacere, Elliot ha fama di avere una particolare cura e attenzione per gli esordienti italiani. Ogni editore che sceglie di pubblicare un libro compie un atto di coraggio, altrimenti non sarebbe un editore.

Parlaci dei tuo maestri, dei modelli che segui (se ne hai) e anche – se vuoi – dei cattivi maestri e degli esempi che invece vorresti denunciare come negativi per il mondo culturale.
Ci sono talmente tanti libri meravigliosi da leggere che di quelli brutti eviterei di parlare. In ordine sparso, senza alcuna pretesa di completezza e consapevole che se rispondessi tra un anno alla stessa domanda probabilmente la risposta sarebbe differente, direi che alcuni degli scrittori a cui guardo con riconoscenza e ammirazione sono: Ágota Kristóf, Michele Mari, Emmanuel Carrère, Philip Roth, Joseph Conrad, Francis Scott Fitzgerald, Paolo Nori, Mikhail Bulgakov, Albert Camus, Julio Cortázar, John Steinbeck, Franz Kafka, Javier Marías, Italo Calvino, Stefan Zweig.

Hai avuto un esordio forte, pubblicando un libro che ha fatto discutere. A volte si dice che il secondo libro è più difficile da scrivere del primo, soprattutto se il primo è un libro bello e impegnativo, è così anche per te? Raccontaci di cosa stai facendo e a cosa stai lavorando in ambito letterario.
Sto scrivendo pagine, frammenti, dialoghi, ma è troppo presto per poter dire di più. Conosco questo mito sulle difficoltà del secondo, immagino ci sia qualcosa di vero; confesso di essere contento anche solo dell’idea che possa esserci un secondo romanzo.

Per chiudere questa breve intervista, anche per te la domanda gioco: se potessi scegliere solo tre libri da consigliare, quali sarebbero?
Questo è il più crudele dei giochi. Avete lasciato le domande più difficili all’inizio e alla fine. Diciamo che visti i tempi, consiglierei: Una questione privata di Fenoglio, La novella degli scacchi di Zweig e Furore di Steinbeck.

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