EUCOOKIELAW_BANNER_TITLE

recensione-di-una-domenica-di-fabio-geda-fieramente-libro-premio-subiaco-citta-libro

Recensione di “Una domenica” di Fabio Geda

Corrono sul filo della leggerezza, le pagine di Una domenica. Una leggerezza che niente ha a che vedere con la superficialità e la vaghezza e che, per dirla con Italo Calvino, consiste nel “planare sulle cose dall’alto” senza “avere macigni sul cuore”. 

E ci riescono grazie al filtro della memoria e a quello della poesia. 

Del primo si avvale la narrazione, che è un viaggio di ricognizione all’indietro nel tempo e che pertanto può guardare ai fatti da lontano, sganciata dai vincoli di consequenzialità cui dovrebbe sottostare se li considerasse nel loro svolgersi e libera quindi di andare e venire da un piano temporale all’altro, in una ricerca di senso che sospenda qualsiasi giudizio e permetta a ragione ed emozione di dialogare. 

È Giulia stessa a dire che ”mentre le cose accadono è raro che ragione ed emozione trovino la forza di comunicare. Di solito viaggiano separate. (…) la vita ci travolge, ci sopraffà, soprattutto quando riguarda noi o le persone con cui siamo invischiate in relazioni intense. Quando invece è mediata (…) vi prendiamo parte con il cuore e nello stesso tempo con la mente, emozionandoci e ragionando sulla emozione.” 

Del secondo filtro si avvale la scrittura, che toglie alle parole il peso della materialità per potenziarne la forza evocativa, senza per questo smarrire la capacità di aderire alle cose con una nitidezza che non conosce sbavature. Difficile rinunciare a fornirne più di un esempio: 

“Gaston aveva parlato lento, scandendo le parole come per paura di romperle. Si concentrò sulla goccia di colla che stava posando sulla punta di uno stuzzicadenti. Quando la goccia stava per scivolare lo girò con un movimento elettrico del polso e lei si impastò al legno – e rimase lì, senza più voler fuggire.” 

“Il traffico su corso Casale scorreva pigro e di tanto in tanto un paio di gabbiani lasciavano lo stormo che si era impadronito di quel tratto di fiume e volteggiavano sopra le loro teste. Poche persone in giro. Dalle palazzine traspirava una lentezza che sapeva di castagne.” 

“Pur con quell’aria dimessa da animaletto da cortile, c’era in lei un che di elettrico e indisciplinato che lo incuriosiva: la giacca che indossava era grigio cemento e sembrava assorbire la luce, ma aveva delle strisce di panno colorato cucite sui polsini; i jeans sdruciti erano troppo chiari e troppo da ragazzina, ma non portava le scarpe da ginnastica sgargianti rosa-argento che ci si poteva aspettare; al loro posto degli scarponcini di pelle marrone, con i lacci rossi, da cercatore di funghi.” 

“Dopo essermi fatta una doccia uscii a passeggio. Era il crepuscolo. Camminai per una via commerciale che formicolava di illusioni.” 

È arduo ricostruire la fabula di Una domenica; e reca in sé qualcosa di cruento, perché per rimettere in ordine i fatti narrati bisogna strapparli dal tessuto connettivo che li tiene insieme e li nutre. E il tessuto connettivo di Una domenica è la aerea e complessa architettura della sua narrazione, con quel sottile equilibrio tra piani temporali che si intersecano e sovrappongono continuamente; con quei punti di fuga che permettono sconfinamenti nei territori della poesia; con quel mutuo soccorrersi di memoria e immaginazione che si accollano, ora a turno ora insieme, il peso della struttura per scongiurare crolli; con quei camminamenti dal tracciato complesso che permettono ai ricordi di circolare, dialogare e intrecciarsi. 

Una volta strappata dal suo tessuto connettivo, la vicenda appare come uno spaccato di vita simile a tanti altri, con i suoi deragliamenti, i suoi smottamenti e le sue ombre, sì, ma senza eclatanti colpi di scena, clamorosi capovolgimenti o tragiche disfatte. 

Non vi accade niente di straordinario, in sostanza. E la forza dei legami, quelli di sangue e quelli che si sanno costruire, non risulta mai minata o messa in discussione. 

Giulia ha una sorella più grande, Sonia, e un fratello più piccolo, Alessandro. Crescono sereni, con un padre che non è mai veramente assente, per quanto sia spesso lontano per lavoro, in Venezuela, ad esempio, a costruire quei ponti “che ama sopra ogni cosa”, e una madre solida e rassicurante, sulla quale sentono di poter sempre contare. Le loro personalità si definiscono e diversificano presto: e hanno reazioni differenti quando, ormai non più bambini, si trovano a dover ri-considerare la vita dei loro genitori. Ciascuno dei tre segue la propria strada ma restano comunque legati, tra loro e con i genitori, e si mantengono in contatto soprattutto in virtù della rete che sa creare la mamma, a cui ciascuno fa capo. Sono adulti e hanno una loro vita quando lei muore in un incidente stradale, mentre sta tornando, pare, dall’incontro con una vecchia compagna di scuola. È un brutto colpo per tutti, e a 67 anni il padre si trova a dover fare i conti con una solitudine che fino a quel momento non ha mai preso in considerazione. A riempirla non bastano gli incontri con Sonia, il marito e le due bambine, che vivono poco distanti da Torino, le videochiamate con Alessandro, che si è stabilito ad Helsinki, e, tanto meno, i tentativi di far finta che non ci sia, in cucina, quel foglietto con su scritto il numero di telefono di Giulia, che vive a Roma e, per un certo periodo, non si fa sentire. Passano gli anni e muore anche lui. Poco prima che accada, mentre è ricoverato in ospedale, a fargli visita arriva Elena, infermiera di un altro reparto che per puro caso ha letto il suo nome nell’elenco dei degenti. Non si vedono da tempo, ma entrambi ricordano bene il loro incontro. Giulia, che è nella stanza, resta sorpresa: non sa niente di Elena e di suo figlio Gaston. Di lì a un po’ sarà Elena a raccontarle quanto accaduto una domenica di novembre, regalandole un nuovo tassello e una nuova prospettiva per la storia familiare che sta ricostruendo. 

E a Giulia, quando sarà il momento, sembrerà proprio di vederli, suo padre ed Elena, e saprà descriverla con ogni dettaglio, la scena:

“Erano ciascuno sulla propria panchina, quella domenica, divisi da una porzione di prato e una trentina d’anni, con un ragazzino sullo skate a rammentare loro il tempo dell’incoscienza e sulla testa il cielo terso spazzato dal favonio, un vento secco che, si diceva, sarebbe persino aumentato e poteva favorire lo sviluppo di incendi nei boschi.” 

Perché è lei la voce narrante. Ed è suo il viaggio di ricognizione nel passato. Un viaggio che compie attingendo sia ai suoi, di ricordi, che a quelli di chi ha condiviso con lei o con i suoi familiari un tratto di strada, ricorrendo all’immaginazione quando non può disporre né degli uni né degli altri. 

Non accade niente di straordinario, in questa storia, si diceva prima. 

Eppure, a leggerla, se ne resta catturati. 

Il che fa sentire la necessità di accennare a due questioni capitali, una relativa alla letteratura, l’altra alla esistenza in generale. 

In quella particolare forma di comunicazione rappresentata dalla letteratura, lo straordinario non dipende dal cosa viene raccontato ma dal come. Anche la compilazione di una lista della spesa può farsi narrazione straordinaria, interessante e avvincente. E ricordarlo non è superfluo quanto potrebbe apparire. 

Per quanto priva di eventi straordinari e simile a quella di tanti altri, la vita di ciascuno è di per sé straordinaria, cioè fuori dell’ordinario, unica e irripetibile, perché straordinario, cioè unico ed irripetibile, è il respiro di ciascuno, il modo in cui ciascuno la affronta e la attraversa. 

E allora certo che può catturare, la lettura di Una domenica. Per il suo come, quella leggerezza della narrazione e della scrittura e quell’architettura di cui si è cercato di dar conto, ma anche per un’altra ragione: perché sono vivi, i suoi personaggi, ognuno col suo fardello di luci ed ombre, ognuno con l’unicità del suo respiro e del suo sguardo sul mondo. 

Non c’è nulla di stereotipato o scontato in loro e, anzi, si resta sempre un po’ spiazzati dinanzi a quanto di volta in volta emerge di ciascuno: come quando quel padre dagli entusiasmi disarmanti e un po’ fanciulleschi, che sa vedere, e far vedere, bellezza persino in centine e conci, si rivela scaltrito simulatore, e con assoluta naturalezza, un attimo dopo aver furtivamente messo in valigia una scatola col nastro rosso destinata a chi lo aspetta in Venezuela, riesce a mostrarsi premuroso come sempre verso la moglie, aiutandola in un’incombenza domestica. 

Spiazzati, si diceva: ma non per questo pronti a giudicare. Disposti a capire, semmai. O a cercare di farlo. Proprio come Giulia, quella Giulia che da ragazzina, dopo che a scuola ha letto la favola di Androclo e il leone, “in cui si dice che i malvagi non esistono perché la gente si comporta male solo quando è infelice e quindi per far tornare buone le persone bisogna capire le cause della sofferenza”, senza una ragione precisa, sente il bisogno di chiedere al padre se è felice. 

Maria Vittoria Lollobrigida