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Recensione di “Quella metà di noi” di Paola Cereda

Racconta una storia, Quella metà di noi: con tanto di accadimenti che si snodano nel tempo, in un sapiente “gioco” di anticipazioni e di rimandi al passato; e con tanto di personaggi in carne ed ossa che li  attraversano, tali accadimenti, e ne sono attraversati, ciascuno come può e come sa, ciascuno col suo fardello di vita.

Una storia che non ha mai risvolti scontati, che tocca le corde più profonde dell’animo e pone questioni forti sui temi cruciali:

“C’è dell’assurdità nell’amore, mischiata al desiderio di compiacere, al bisogno di non deludere, alla voglia di sentirsi al centro, sempre capaci. Quanto bene fa, invece, lasciare a chi amiamo il dovere di riempire i propri vuoti e di abitare i propri spazi. Ci sono rumori notturni che lasciano svegli – non dobbiamo silenziarli – ambizioni insoddisfatte – non dobbiamo consolarle – cadute improvvise da guardare senza tendere la mano.“

Una storia in cui a “contare” non è tanto ciò che Matilde e tutti gli altri dicono e fanno quanto ciò che essi non dicono e non fanno, a volte volutamente, più spesso perché non ci riescono:

“Uscì senza chiudere la porta. Matilde rimase seduta al tavolo della cucina, davanti a un sole tiepido che entrava dalla finestra. Rigirò il cucchiaino nella tazza dove non aveva versato il tè che si era dimenticata di preparare e che la figlia non aveva chiesto.”

E non è un caso, a tal proposito, che le parole conclusive della narrazione siano “Non era riuscita a dirglielo.”

Così, a percorrere le pagine del romanzo, non sembra soltanto di muoversi in avanti, di passare da un prima a un dopo, da una causa ad un effetto, per guadagnare un punto di arrivo più o meno provvisorio; sembra anche (o forse soprattutto) di sentirsi bloccati in bilico sul ciglio dell’animo umano, a frugarne con gli occhi la zona più in ombra, quella dove hanno radici i nodi irrisolti dell’esistenza con cui è più arduo e doloroso fare i conti.

Come quello, paradossale, di conoscere l’alfabeto della vita e, nonostante ciò, articolare solo “qualche storta sillaba e secca come un ramo”, per dirla con Montale, o tacere del tutto, precludendosi, nell’un caso e nell’altro, la possibilità di comunicare compiutamente e di stabilire relazioni profonde. Di comprendere ed essere compresi. E quasi sempre non contano nulla, o contano ben poco, le intenzioni, i sogni e le speranze. Producono, anzi, un supplemento di sofferenza e di smarrimento:

“ – […] Adesso sono qui per la richiesta.
– La richiesta.
– I settantamila euro, ci hai pensato?
– Ci ho pensato, sì.
– Allora?
– Mi dispiace, io non…
– Alza la voce, non ti sento.
– Ho detto che mi dispiace ma non posso. In questo momento non riesco a darti i miei risparmi o a vendere la casa.
– Non puoi prestarmi i tuoi soldi o vendere la casa. Fammi capire bene, in pratica mi stai dicendo che non vuoi aiutarmi.
– Certo che voglio aiutarti, ho detto che non posso.
– Se non puoi, ci deve essere un motivo.
Devo dirti che. Colgo l’occasione per. Ho giusto una cosina in punta di lingua. A proposito, mi sono dimenticata di avvisarti.
– Ti ho chiesto il motivo.
– Devo dirti che…
– Che?
– Colgo l’occasione per… – le si impastava la lingua.
– C’è una cosa che mi sono dimenticata di… di…
– Mamma, per cortesia. Sei grande abbastanza.
[…]

Matilde guardò la cartolina appesa al frigorifero, sotto la calamita a forma di ciliegia. Con quell’immagine Amedeo le aveva dato la possibilità di ritrovarlo, ma lei non lo aveva mai cercato. Pretendeva che lui le dicesse non posso fare ameno di te, Matilde, ti supplico, prendi il primo aereo e vieni da me, Matilde. Invece lui era stato zitto e aveva portato avanti i suoi progetti.”

Racconta di una maestra in pensione che vive in uni quartiere di periferia, Quella metà di noi. Si chiama Matilde, è vedova da tempo e da tempo ha con la sua unica figlia, Emanuela, un rapporto smozzicato e sofferto, fatto di reticenze e recriminazioni più o meno sotterranee. I loro radi e fugaci incontri seguono sempre lo stesso stanco copione e per Emanuela sono occasione di rivendicazioni rancorose.

Non è certo a lei che Matilde, ammesso che voglia farlo, può parlare di Amedeo e del corso nuovo che prende la sua vita quando poi perde tutti i suoi suoi beni, compresa la proprietà della casa, e per tirare avanti decide di rimettersi in gioco come badante. Le dice del nuovo lavoro, sì, ma senza fornirle spiegazioni.

Del resto ad Emanuela non interessa sapere: ai suoi occhi la madre sta cercando di movimentare un po’ la sua insulsa vita, punto e basta. A darle pensiero è solo l’eventualità che ne vengano a conoscenza gli altolocati parenti del marito. Ad un certo punto, però, Emanuela ha bisogno urgente di soldi e pretende che sia la madre a darglieli mettendo mano ai suoi risparmi e vendendo il suo alloggio. Solo che Matilde non è in condizioni di farlo.

Queste, drasticamente scarnificate, sono le linee di fondo della storia.

Ad esse se ne intrecciano molte altre, nel corso della narrazione: è nella rete di relazioni e interazioni in cui, volenti o nolenti, sono inserite che Matilde ed Emanuela prendono forma e acquistano senso. Proprio come accade a ciascun essere umano nella vita reale. E proprio come pare suggerire la copertina del libro.

È dalla richiesta di soldi alla madre che prende le mosse la narrazione, con un piglio che – lo si intende a lettura ultimata – ha i tratti di una premonizione. Anche in termini di stile.

Stile che nel corso del romanzo si mantiene costantemente asciutto, senza per questo risultare piatto e incolore: si avvale infatti di una prosa che dell’essenzialità assume tutte le possibili forme  e sfumature e  che, passando da quelle più scabre e spigolose a quelle più levigate e rotonde, imprime alle pagine un ritmo di volta in volta spezzato e nervoso o arioso e disteso.

Grazie alla lucidità rigorosa con cui Paola Cereda persegue l’essenzialità, ogni singola parola si presenta col carattere della necessarietà e può quindi metter in campo tutta la sua capacità di incidere e di scavare, salvandosi dal rischio di scivolare nell’indistinto e nell’ininfluente.

Maria Vittoria Lollobrigida