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Recensione di “Kramp” di Maria José Ferrada

Ci sono libri rassicuranti, che fin dalle prime pagine ci fanno sentire a casa perché ci confermano nelle nostre convinzioni, e ce ne sono altri destabilizzanti, che ci mettono a disagio perché fanno scricchiolare i nostri sistemi di riferimento. Ai primi viene naturale affezionarsi. Ai secondi no, o per lo meno non con la stessa facilità e frequenza: perché di fronte alla estraneità la prima e immediata reazione è la diffidenza, se non la chiusura e il respingimento. Eppure forse sono proprio i secondi ad essere i più vitali, perché lo spaesamento dell’altrove in cui ci traghettano può essere occasione per scoprire nuove prospettive da cui guardare al mondo.

“La più alta forma di moralità è sentirsi estranei in casa propria”

diceva Adorno.

Ha un suono duro, Kramp, il titolo del romanzo della scrittrice cilena Maria José Ferrada: sicuramente poco accattivante. Del resto è una marca di articoli di ferramenta, come viene subito chiarito in apertura. E basta scendere di qualche riga per rendersi conto che non è frutto di una scelta bizzarra e fine a se stessa ma che è strettamente funzionale alla narrazione, di cui indica i l’orizzonte di riferimento: “tutto si può capire guardando nei cassetti di un ferramenta”.

Poche pagine ancora e si scopre che Kramp è anche l’unico nome (per così dire) proprio, a comparire per esteso sulle pagine: quello di tutti i personaggi, quando c’è, è indicato con l’iniziale. Solo sul finire del romanzo, e per ben sei volte nel breve giro di una decina di righe, appare per intero un nome proprio, anzi, ad essere precisi, un nome proprio doppio accompagnato da un doppio cognome, Jaime Andrés Suarez Moncada. Forse, però, si tratta di un’anomalia solo apparente, perché non designa un personaggio nel vero senso della parola. O forse no. Sempre sul finire del romanzo, in realtà, ci si imbatte in un altro nome per esteso, Smilzo, ma è di un cagnolino.

In quella particolare forma di comunicazione che è la letteratura il cosa si racconta e il come lo si fa risultano legati da un rapporto di natura simbiotica ed è da esso che trae il suo respiro un testo.
È riduttivo, dunque, considerare separatamente le due componenti (anche se a volte risulta comodo farlo, in ambito scolastico, ad esempio, o per scopi divulgativi); ed è assolutamente arbitrario ritenere che un romanzo coincida con la sua trama. Con Kramp è particolarmente agevole rendersene conto.

Eccolo qui di seguito il cosa di Kramp. Tra i sette e i nove anni, la piccola M salta le lezioni a scuola per accompagnare il padre D negli spostamenti che deve compiere in qualità di commesso viaggiatore addetto alla vendita dei prodotti Kramp. Con lui mette a punto un piano che non insospettisca né gli insegnanti né la mamma (sempre un po’ distratta, del resto) ed elabora una strategia lavorativa che permetta di incrementare i guadagni, divenendo a tutti gli effetti sua socia. È talmente brava che ad un certo punto un altro commesso viaggiatore, S, la ingaggia per turni di lavoro supplementari. È una sorta di famiglia, quella dei commessi viaggiatori che si ritrovano nei bar o negli alberghi dei paesi di provincia che girano, e M entra a farne parte, condividendone abitudini, riti, vezzi e piccole manie; questo le permette di affinare la visione del mondo che, grazie alla mediazione del padre, trae dal catalogo dei prodotti Kramp. Poi, però, gli eventi prendono una piega inaspettata e tutto si sfalda, forse per l’interferenza di E, il fotografo destinato a diventare un fantasma come quelli che sta disperatamente cercando di non far morire del tutto. Fatto sta che il catalogo dei prodotti Kramp non si rivela più di nessuna utilità per classificare e comprendere i meccanismi che regolano il funzionamento del mondo.

Così per M si chiude l’esperienza di collaborazione e di complicità col padre e inizia un’esistenza nuova: la madre, che fino a quel momento c’è sempre stata senza mai esserci del tutto, diventa una presenza reale e decide di andar via, lontano da D, dai prodotti Kramp e dai fantasmi, e di portarla con sé.
Nei successivi cinque anni M conduce una vita tranquilla accanto alla mamma, al suo nuovo marito, alla sorellina e ad un cane. Per una decina di volte, a cadenza fissa e regolare, sente telefonicamente il padre.

Poi nell’estate del sesto anno decide che è giunto il momento di rivederlo e va a trovarlo: di quel poco che ancora custodisce nella memoria non trova quasi niente, neppure il catalogo degli articoli Kramp, e anticipa il suo rientro. A distanza di un anno M e D si incontrano di nuovo: al momento di salutarsi, senza dirselo, entrambi sanno che quello è un addio.

Difficile non pensare che sia un po’ strampalata, una storia così. A tener conto esclusivamente dei fatti, poi, è inevitabile avere quanto meno qualche perplessità: una bambina che compie il suo apprendistato su un catalogo di ferramenta? Un padre che non solo sottrae la figlia alla scuola, ma la “usa” per il suo lavoro e la “affitta” ad un collega? Una madre che c’è senza mai esserci del tutto? E le cose peggiorerebbero di certo se si aggiungesse qualcosa di più, ad esempio, che i genitori insegnano a M che esistono non meglio identificate “persone estive e persone invernali”; oppure che M accende la sua prima sigaretta a sette anni e che poco tempo dopo è il padre stesso ad insegnarle come fare gli anelli di fumo; oppure ancora che alcuni insetti, nel loro fulmineo passaggio, sono in grado di spezzare in due una vita.

Eppure niente di tutto questo passa per la testa dopo aver letto le aeree paginette di Kramp.
Lo senti subito, quando cominci a leggere, che il respiro del romanzo non coincide col cosa. E anche che sei in una dimensione altra, in cui non funzionano le regole e le categorie che ti sono familiari: se vuoi andare avanti, devi liberartene e sospendere ogni forma di giudizio, aprendoti ad altre possibili prospettive. Una volta libero da zavorre, ti muovi con più agilità nella narrazione e non opponi resistenze al corso che prendono gli accadimenti, senza che per questo si faccia superficiale o distratto il tuo sguardo: perché non ti sfugge neppure per un attimo che non è un gioco quello a cui stai partecipando e che sotto ai tuoi occhi, per quanto fantasticamente trasfigurati, ci sono tutti i nodi cruciali dell’umana esistenza.

E allora ti incantano quelle venature ora ironiche ora poetiche che affiorano inaspettate fra le righe vestendole di leggerezza; ti gela il sangue l’eco di dolore che lasciano sulla pagina alcune parole che sembrano lì solo per caso; ti entusiasma il programma di apprendimento che elaborano i genitori per i primi anni di vita di M; ti inteneriscono gli espedienti su cui D e M costruiscono il loro sodalizio; ti stringe il cuore la dedizione con cui il commerciante di scarpe persegue l’obiettivo di fermare il tempo; ti affascina la cosmogonia associata ai prodotti Kramp; ti rallegra la parentela tra la famiglia dei commessi viaggiatori e coloro che cercano un passaggio gratis; ti impensieriscono certe incongrue conclusioni a cui giunge M; ti appaga l’assimilazione della doppia vita di S alla teoria degli universi paralleli; ti strappano un sorriso i trucchetti che rientrano nel sistema di sopravvivenza dei commessi viaggiatori; ti commuove vedere D e M che se ne stanno in macchina a fumare in silenzio; ti spezza il fiato in gola la disperata corsa contro il tempo intrapresa da E per fotografare QUEI fantasmi e restituirli alla vita; e perdi i sensi insieme a M quando passa l’insetto della sorte. Poi, quando arrivi all’anomalia (o presunta tale) di quel lungo nome e cognome ripetuto per esteso sei volte nel giro di poche righe – per rendere concretamente visibile, si direbbe, quanto pervicace sia la velleità di occupare un posto nel mondo, persino quando nel mondo non ci siamo più – capisci che è la tua epifania e che, come quelle di M, porta con sé la rivelazione di uno dei meccanismi di fondo dell’esistenza: la dissolvenza.

La vita delle cose e degli uomini è mutamento e precarietà: non c’è scampo. Neppure gli affidabilissimi articoli di ferramenta Kramp possono garantire la tenuta di un manufatto. E, quanto all’uomo, mettere in atto stratagemmi per cercare di eludere questo destino equivale a rinunciare a vivere e restare “abbandonato dal tempo in una specie di parentesi”. Proprio come accade a D, che non ce la fa proprio a sostenere la leggerezza dell’essere – rubando le parole ad un titolo di Kundera.

È agile e ariosa la scrittura di Kramp, controllatissima nella sua solo apparente semplicità, tanto che ogni singola parola sembra portare tutta intera su di sé la responsabilità dell’equilibrio complessivo. L’impressione è che Maria José Ferrada proceda per sottrazione e non per accumulo: proprio come uno scultore, che solo a colpi di scalpello fa emergere una figura dal masso di marmo che ha davanti a sé.

Maria Vittoria Lollobrigida