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Recensione de “L’interprete” di Annette Hess

A dare spessore ai nostri giorni, a non farci restare schiacciati in un ‘qui ed ora’ asfittico e senza prospettive è il passato, che nessuno può pensare di cancellare o buttare via. Con esso, dunque, faticoso o doloroso che sia, dobbiamo imparare a fare i conti, sia come individui che come collettività, disponibili a farci carico di tutto quanto ne consegua, anche in termini di assunzione di responsabilità. E a volte sarà quasi per caso o senza volerlo che ci troveremo fra le mani tasselli importanti di un passato sepolto negli strati più profondi della memoria. 

Ecco, nel suo romanzo Annette Hess affronta questo grande e appassionante tema, riuscendo a restituircene la complessa geometria con lucidità sorprendente. 

È un’opera di invenzione letteraria, L’interprete, ma svolge al contempo una preziosa funzione documentaria, supportata da dati storici puntuali e precisi, rigorosamente reperiti: mentre racconta le vicende private, immaginarie e dotate di una loro compiutezza, che riguardano Eva e Jurgen – e non solo loro – alle prese con ricognizioni personali e questioni familiari, dà conto di come effettivamente nel 1963, col processo di Francoforte, la Germania abbia rotto il colpevole silenzio della rimozione (quando non della negazione) che aveva caratterizzato i lunghi anni del dopoguerra cominciando faticosamente a fare i conti col suo passato. 

Così Eva Bruhns è personaggio letterario dotato di una sua propria fisionomia e di una sua propria esistenza, eppure quando si rivolge al signor Jaschinsky non è solo a titolo personale che parla: le sue sono le parole di una Germania che ha preso coscienza dei suoi crimini e sa farsi carico delle responsabilità che gliene derivano: “Sono qui per chiederle scusa. Per quello che le abbiamo fatto. A lei e a sua figlia.” 

Viene alla mente una scena del film La Tregua, che Francesco Rosi ha realizzato nel 1997 partendo dall’omonima opera in cui Primo Levi racconta del suo tormentato viaggio di ritorno a Torino dopo Auschwitz. Di essa non c’è traccia nel libro, eppure non forza arbitrariamente il senso della situazione in cui si inserisce, semmai lo rafforza: durante la tappa nella stazione di Monaco, si vede Primo levi scendere dal treno e dirigersi verso alcuni ex soldati tedeschi che, sotto l’occhio vigile di militari russi, lavorano alla ricostruzione dei binari distrutti durante la guerra; cerca di incrociare i loro sguardi, Levi, ma solo uno lo vede e, interrotto il suo lavoro, gli si avvicina e gli si inginocchia davanti col capo abbassato. 

Non è mai indolore affrontare ciò che la memoria, personale o collettiva, restituisce; e imprevedibili e gravidi di conseguenze sono gli effetti che può produrre e le reazioni che può determinare: su questo è giocata la narrazione dell’Interprete. 

Eva è una giovane donna che, grazie alla conoscenza della lingua polacca, lavora come interprete per un’agenzia che si occupa di questioni legali e assicurative. Vive a Francoforte con la sua famiglia, che gestisce un piccolo ristorante, e sta per sposarsi con Jurgen, nonostante le perplessità che le derivano da certi suoi inspiegabili comportamenti. Nell’inverno del 1963 viene inaspettatamente e frettolosamente chiamata a sostituire l’interprete ufficiale nel processo che si sta istruendo contro alcuni ex membri delle SS e che si celebrerà di lì a poco. 

Eva non sa assolutamente di cosa si tratti, ma accetta spinta dalla curiosità, nonostante Jurgen cerchi di dissuaderla e i genitori non la incoraggino per niente, chiudendosi, anzi, in un insolito e apparentemente indifferente silenzio. Udienza dopo udienza, Eva compie un percorso che dalla incredulità iniziale la porta alla traumatica presa di coscienza dei crimini orribili di cui si era macchiata la Germania nel corso della seconda guerra mondiale. Non sa nemmeno tradurle, all’inizio, certe parole, perché nel suo immaginario non esiste la realtà che definiscono (o, almeno, questo è quanto lei crede): così scrive alloggi, non baracche, ospiti, non prigionieri; e scrive anche che certi ambienti avevano le finestre addobbate, non sigillate, e che coloro che vi venivano rinchiusi erano illuminati, non asfissiati, dal gas. Impiega poco, però, ad acquisire la terminologia necessaria a dar conto in modo ineccepibile e preciso di tutti i modi in cui si può arrivare ad annientare qualcuno nel fisico e nell’anima. E il lager si fa realtà concreta, che sconquassa la sua coscienza e scompagina la sua esistenza. 

L’intreccio è sapientemente costruito: alla descrizione delle udienze, con tutto l’indicibile carico di orrore che portano alla luce, si alternano ampi spaccati di vita privata, con scenari che a volte sono drammaticamente inquietanti, come quello, ad esempio, in cui si muove Annegrett, la sorella di Eva. Grazie ad una scrittura impeccabilmente padroneggiata, la tensione non lascia mai le pagine, modulandosi su frequenze sempre diverse che non di rado toccano picchi altissimi. Peccato solo che, arrivati alle pagine conclusive del romanzo, lo scioglimento della vicenda presenti un che di incongruo e di esageratamente concitato. Questo, comunque, non impedisce – e piace sottolinearlo – di cogliere ed apprezzare lo spessore del romanzo. 

Romanzo che, soprattutto nell’Italia così pericolosamente in bilico dei nostri giorni, in cui si continua a non volere o non sapere chiudere i conti col passato, sarebbe auspicabile fossero in molti a leggere, a cominciare dagli studenti e dai loro insegnanti.

Maria Vittoria Lollobrigida