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Italian director Pupi Avati arrives for the premiere of the movie 'Il cuore grande delle ragazze' at the 6th annual Rome Film Festival, in Rome, Italy, 01 November 2011. The movie is presented in competition at the festival that runs from 27 October to 04 November.
 ANSA/CLAUDIO ONORATI

Premio Speciale Subiaco 2015 a Pupi Avati

Il Comitato Subiaco Città del Libro ha scelto il maestro Pupi Avati, regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e neo scrittore

Uscito in libreria il 19 marzo, giorno del suo onomastico, il primo romanzo di Pupi Avati, “Il ragazzo in soffitta” (Guanda), è una storia che forse non avrà bisogno del cinema, come afferma lo stesso artista bolognese:

Non credo che ne farò una pellicola: mi pare che sia già raccontata così, che non necessiti di immagini.

La scrittura, al contrario del cinema, permette la digressione, offre la possibilità di fermare il tempo e descrivere il pensiero e gli stati d’animo. Il mestiere di narratore del neo scrittore bolognese anima un romanzo profondo, intensamente noir. Con “Il ragazzo in soffitta” Pupi Avati vuole porre l’accento sul male, sulla figura dell’”orco” e sull’origine del suo comportamento malvagio e negativo.

La ragione di questo racconto è il voler cercare di capire come si diventa da grandi dei mostri. Ho cominciato a scrivere avendo come tema centrale la genesi di un orco. Samuele Menczer è stato messo al mondo solo per sostituire la sorellina morta, è segnato da problemi fisici e complessato da un’irrimediabile mancanza di talento. Volevo raccontare come e perché una persona così può arrivare, nel momento di massima delusione, a compiere gesti terribili.

Dopo una cinquantina di pellicole con spesso presenti la sua infanzia e la giovinezza, il tema dell’adolescenza è presente anche ne “Il ragazzo in soffitta”.

I miei protagonisti, in fondo, sono sempre adolescenti. Anche quando racconto gli adulti, li racconto nella loro parte non cresciuta, come mi sento non cresciuto io. Più avanzo con l’età e più avverto che i vecchi e i bambini si capiscono molto meglio degli altri, perché sono persone che si sentono, per motivi diversi, inadeguate, vulnerabili, e per intendersi non hanno bisogno di molte parole. Possono comunicare fra loro attraverso quella loro vulnerabilità, quella loro debolezza. Ed è il modo di comunicare più prezioso.

Pupi Avati porta per mano il lettore dentro una trama dal forte impatto psicologico, in cui i temi sono quelli a lui cari: l’iniquità con cui la vita distribuisce successi e dolori, il mondo degli sconfitti e la loro capacità di reagire. Come spesso accade nei film di Pupi Avati, nel romanzo ci si trova tra persone che il mondo ha escluso:

La mia indagine è all’interno dei disturbi della mente, che negli ultimi tempi trovo sempre più diffusi nella nostra società occidentale. Ma i “matti” sono per me le persone più affascinanti. I dibattiti delle persone normali mi annoiano. Preferisco frequentare uomini e donne che hanno come riferimento non la ragionevolezza, ma mondi immaginari e sconfinati. Sono le persone che mi possono arricchire di più.

Un altro tema presente in tutta la trama del romanzo è l’attesa di un risarcimento, in cui si trova chi ha conosciuto la crudeltà della vita: qualcosa che ristabilisca l’equilibrio fra ciò che viene tolto e ciò che viene dato.

Credo che ognuno di noi abbia diritto di attendersi un risarcimento. La vita ha tante e tali ingiustizie che se non ci fosse l’idea che prima o poi qualcosa cambierà, non si riuscirebbe a sopravvivere. L’attesa di una giustizia è la molla che muove la vita di tutti noi.

Il lettore è così portato a misurarsi con la misericordia, tipico segno narrativo di Pupi Avati, che non è buonismo:

Ho voluto raccontare come un uomo possa diventare un orco, cioè il personaggio più deprecabile, non per dire che lo puoi o devi giustificare: ma per far capire che non ti è poi così lontano. Anche il criminale più terribile è stato un bambino, ha avuto dei sogni, si è innamorato: poi la vita può essere stata così tanto irriconoscente da trasformarlo. Credo che se si tiene conto che nella storia di una persona può esserci questa drammatica caduta delle speranze, la nostra pretesa di giudicare si debba arrestare. Credo che si debba guardare il nostro prossimo in un modo diverso, qualunque cosa abbia fatto. Questo è, diciamo così, il primo “treno narrativo” del romanzo, ed è un treno che parte da Trieste. Il secondo treno invece parte da Bologna ed è la storia di un figlio. Il figlio dell’orco, che patisce la tragica esistenza del padre e trova una ragione di vita nell’amicizia con il suo coetaneo vicino di casa. Due ragazzi molto diversi fra loro si troveranno a condividere un segreto terribile e nascerà tra loro una solidarietà definitiva.

Il finale, straordinario, lo manteniamo inesplorato, per ovvi motivi… buona lettura!

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Pupi Avati

Il ragazzo in soffitta

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