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Recensione di “Paolina” di Marco Lodoli

La nostra recensione di

“Paolina” di Marco Lodoli

Giulio Einaudi Editore (I coralli)

Leggere un libro significa aprirsi ad un incontro, intrecciare una relazione tra il sé e l’altro da sé, vivere la meraviglia indicibile di un supplemento di vita. Parlare o scrivere di un libro che si è letto richiede invece una presa di distanza, obbliga a tirarsi fuori dalla relazione che con esso si è stabilita e, nel tentativo più o meno goffo e maldestro di smontarlo e analizzarlo per definirne la fisionomia, si corre il rischio di smarrire quel gusto “dolce per sé” (per dirla con Leopardi) della meraviglia che qualsiasi supplemento di vita regala.  Questo, naturalmente, se non si è critici letterari di professione.  Ci sono letture di cui risulta oltremodo difficoltoso e rischioso (nel senso sopra indicato) dar conto. Paolina, di Marco Lodoli, è una di esse.

Paolina è il nome della protagonista: nomen omen, verrebbe da dire, perché porta in sé i tratti di colei che designa. È un diminutivo e, come tale, trasmette un’idea di piccolezza e di pochezza: e Paolina è piccola, con i suoi quindici anni appena, pur così pesanti da sostenere, e col suo corpo minuto; in più conduce la vita di ristrettezze degli ultimi, in una periferia desolata e senza prospettive.
Non contiene suoni duri e spigolosi, per cui, a pronunciarlo, scivola via senza intoppi: e Paolina ha sempre l’impressione di non esserci, di non fare presa, di “non riuscire a stare in nessun posto”, e vorrebbe tanto che ci fosse qualcosa o qualcuno a trattenerla, a non farla scivolare via come una gocciolina, ad abbracciarla; magari un refolo di vento, come quello che le dà sollievo mentre costeggia Villa Ada:

“Dalla villa arriva improvviso un soffio d’aria fresca, come se un ragazzino ventoso scavalcasse il muro di cinta e si lanciasse sulla strada, ad abbracciare Paolina.”

Nel titolo sta da solo: e Paolina è sola, nonostante la moltitudine di varia umanità che attraversa e da cui è attraversata ogni giorno. Sì, è sola, Paolina, con quella goccia di vita che una mattina di primavera scopre di portare dentro di sé da almeno tre mesi. È da questa scoperta che prende le mosse il romanzo, ma nelle novantasei pagine che lo costituiscono non accade nulla di decisivo o risolutivo, perché quello che doveva accadere è già accaduto: in esse c’è Paolina che per un’intera giornata cammina per le strade di Roma seguendo il filo confuso dei suoi pensieri. Forse sa cosa cercare, ma non sa bene come e dove cercare, e a tratti lascia che sia il caso a guidare i suoi passi e a determinare la sua andatura. Ogni tanto, per scelta o per necessità, si ferma, ma giusto un po’, il tempo che basta, ad esempio, per cacciare via la fame “sgranocchiando mozziconi di grissini” seduta accanto ad un benzinaio, e poi eccola di nuovo in cammino, pronta a spingersi sempre un po’ più in là e a non arrivare mai.

Del resto, che camminare sia più importante di arrivare Paolina lo sa da sempre: quando ancora non aveva abbandonato la scuola, durante una gara di qualificazione, a dieci metri dallo striscione dell’arrivo aveva smesso di correre e si era messa “a camminare senza fretta respirando l’aria verde del parco”, perché a lei “non importava di arrivare al traguardo per prima, voleva solo correre a perdifiato, assecondare il vento”.

Adesso, però, in lei nasce una consapevolezza nuova. Mentre Samira, una giovane zingara con la quale condivide un tratto di strada, cerca di convincerla che Antonio, quando suona, si solleva da terra, nella sua mente prende forma un pensiero nitido e definitivo: “Nessuno può volare. Siamo nati per pesare e per sognare. Tutto qui.”Già, tutto qui: come se fosse facile non illudersi di poter volare lasciando a terra ogni peso e nello stesso tempo non rinunciare a sognare; come se fosse facile, poi, barcamenarsi tra pesare e sognare: pesare significa restare con i piedi per terra e fare i conti con ciò che si ha, sognare significa invece spostarsi, spingere il proprio fardello in un possibile e immaginato altrove, senza sicurezza alcuna di riuscirci , perché può bastare anche un piccolissimo imprevisto ad impedirlo. Sarà dunque sempre provvisorio e precario qualsiasi tentativo di equilibrio fra pesare e sognare e si dovrà essere perennemente disposti a rincorrerne un altro, pur non comprendendone il senso.
Eppure solo in questa rincorsa e in questo accettare ciò che non si comprende sembra esistere la possibilità di non essere mai infelici pur nell’infelicità, che è quello che vuole e cerca Paolina, andando sempre un po’ più in là, senza mai arrivare. “I tuoi occhi chiari si abitueranno all’oscurità” recita una delle due citazioni che compaiono in epigrafe al romanzo.

In questa ottica, allora, l’inutilità delle “tre stupide rose rosse” che Paolina si trascina dietro e a cui affida il suo sogno di tenerezza può persino apparire meravigliosa, come quella della pista dell’ aeroporto in disuso scoperta qualche mese prima con Cosimo, senza che per questo passi in secondo piano l’aggravio di dolore e delusione che essa procura. Per un attimo sembra che sulla pagina, accanto alla piccola Paolina, ci sia Sisifo e che valgano per lei le stesse parole che Albert Camus ha scritto per il personaggio mitologico: “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.”

Sono molte altre le cose che Paolina sa da sempre ma che nell’arco delle ventiquattro ore che trascorre camminando assumono contorni meno confusi o sfumature nuove: ad esempio che la precarietà , come anche la felicità, non è esclusiva dei diseredati, di chi, come la madre, si tiene in bilico sulla vita con fatica immensa, “sempre a fare i calcoli su un pezzetto di carta a quadretti, a contare i giorni che mancano ad uno stipendio da fame”. Lo ha già visto in Filippo o nel professore di italiano “grasso e tozzo, sgraziato, infelice”, che senza accorgersene, insieme ai piedi piatti si trascinava dietro tutta una serie di domande prive di risposta:

“Perché arranco a caso per questi corridoi lunghi come la mia inutile esistenza? Che senso hanno queste bretelle che reggono i pantaloni, ma non i giorni miei che precipitano?”;

e lo vede meglio ora, mentre guarda Tonio che “come un acrobata sul filo” cammina avanti e indietro sul parapetto della terrazza condominiale:

“forse sul cornicione ci stanno tutti quanti, anche quelli che credono di valere tanto, di avere tanto. Anche quelli che disprezzano gli altri perché sono belli, famosi, hanno la villa al mare e in montagna, le macchine nuove, anche loro stanno su un palmo di terra sospeso nel nulla. Fanno pena gli esseri umani, e invece alzano la voce e dicono mille sciocchezze, tuonano, lampeggiano e sono goccioline che cadono”.

Di goccioline sono costituite anche le nuvole, in fondo, e “mentre cammina e guarda la gente camminare per le strade attorno alla stazione” Paolina pensa che quell’ andirivieni disordinato e scomposto di cui sembra impossibile cogliere il senso è lo stesso delle nuvole “che scorrono, s’ammucchiano e si disperdono contro l’azzurro pallido” del cielo, assumendo forme che durano pochi attimi e che il vento incessantemente “dissolve in nuove forme informi”. “Chissà noi come appariamo, visti dalle nuvole?”, si chiede Paolina.

Di certo più si sale e più tutto appare “piccolo e inutile, frantumato”, le era già capitato di pensare.
Non possiede le parole per spiegare ciò che prova e non sa mettere i pensieri in fila, Paolina, ma “non importa, io vedo.” dice ora a se stessa. E quello che vede è che è solo apparente l’insensatezza dell’andirivieni disordinato e scomposto che è anche suo perché

“forse tutti quanti insieme portano l’umanità da qualche parte […] spingono la vita più in là […] verso il futuro del mondo, e ognuno ha un senso, nulla va completamente perduto […] Milioni di sputi, sudori, lacrime che fanno un fiume d’acqua convulsa, un’inquietudine torbida che senza saperlo si sposta verso la chiarezza. E allora forse anch’io, che non so che fare, dove andare, anch’io aggiungo qualcosa alla corrente, e non devo aver paura.”

La pesantezza della realtà e la leggerezza del sogno caratterizzano la scrittura di questo romanzo, proprio come accade per l’idea di vita che ha Paolina. Tutto qui, direbbe lei. Ed è inutile cercare di capire come sia possibile che, con una essenzialità che appartiene alla poesia, tale scrittura restituisca tutta intera la crudezza di una vita e nello stesso tempo la avvolga in un’atmosfera rarefatta e incontaminata. Bisogna accettare ciò che non si comprende, direbbe ancora Paolina.

Fatto sta che una volta ancora sembrano di seta i fili di parole che Marco Lodoli intreccia quando, riga dopo riga, tesse le sue pagine: della seta hanno l’impalpabilità e la resistenza, la lucentezza e il calore.

Maria Vittoria Lollobrigida