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Recensione di “Luce rubata al giorno” di Emanuele Altissimo

La nostra recensione di

“Luce rubata al giorno” di Emanuele Altissimo

Bompiani

 

Anni prima c’era una segheria, in una frazione di Gros Pin, a dar lavoro alla gran parte degli abitanti.
Devastata da un incendio e mai più rimessa in funzione, ora, coi suoi muri rossastri e col suo “comignolo che sembra un dito affumicato”, giace semi-nascosta nel cupo di un’abetaia. Al suo intermo, solo spazi di buio ingombri di macerie e resti di macchinari. Emana un fascino sinistro, che non smette di alimentare l’immaginario degli abitanti del posto e di attirare nei sui dintorni i più giovani, per i quali, di volta in volta, diventa meta di scorrerie vandaliche, luogo per coraggiose esplorazioni, rifugio in cui cercare tregua dal mondo.

Proprio a Gros Pin, nella baita che era stata la casa delle vacanze, un nonno e i suoi due nipoti portano le macerie delle loro vite, ciò che si è salvato dalla devastazione di un lutto, intorno a cui aleggia il presagio di un dolore nuovo. Con questo devono fare i conti tutti e tre, ciascuno come può e sa.

Il nonno si chiama Aime; Olmo è il nome del nipote più piccolo, che è poco più che un bambino; Diego quello del più grande, che ha vent’anni. Ad unirli è un affetto profondo, ma non è detto che esso costituisca per loro un punto di forza: forse è persino una complicazione in più; e poi, è pur sempre un legame, l’affetto, e in quanto tale, in certe circostanze, può essere percepito come un intralcio, una zavorra di cui liberarsi, sempre che sia possibile smettere di volere bene.

Intorno a loro La Natura si mostra in tutta la sua maestosa imponenza: con gli impervi dirupi e i picchi arditi, le cupe abetaie e gli squarci di azzurro, diventa la cassa di risonanza di ogni moto dell’animo, amplificando anche i segni del male oscuro che, forse da sempre, Diego si porta dentro. E così il dolore nuovo, quello che all’inizio era poco più di un presagio, comincia a prendere forma, fino a manifestarsi in tutta la sua forza distruttrice, “complice” anche la vecchia segheria in disuso.

Aime e Olmo ce la fanno ad affrontarlo: lo guardano bene in faccia, mentre ne sono attraversati e lo attraversano, e riescono ad accettarlo, seppur a caro prezzo. Del resto, ci sono edifici che, sottoposti ad un urto violento, possono assorbire l’impatto e restare in piedi: lo spiega una legge della Fisica e lo testimonia l’Empire State Buliding, contro il quale, nel 1945, si era andato a schiantare un aereo.
(Ed Olmo, anni dopo, l’avrebbe progettato per davvero un grattacielo: con la stessa dedizione con cui tanti anni prima aveva incastrato le migliaia di mattoncini del modellino dell’ Empire State Buliding che gli aveva regalato il nonno, ma con la certezza nuova di poter portare a compimento il suo lavoro senza la sorpresa di un crollo dell’ultimo minuto; da ingegnere, avrebbe saputo farlo stare in piedi.)

Per Diego è diverso. Non può e non sa accettarlo, il dolore, perché non può e non sa accontentarsi: vuole di più, vuole andare oltre e arrivare a capire quanto dolore si riesca a sopportare e quanto se ne possa fare agli altri. E allora non gli resta che delirare: uscir fuori da qualsiasi legame e da qualsiasi solco già tracciato.

Ecco, con questo suo primo romanzo Emanuele Altissimo compie un coraggioso viaggio di ricognizione all’interno dell’animo umano: con l’intento di coglierli proprio tutti, gli effetti legati all’attraversamento di un dolore, anche quelli che forse sarebbe preferibile non scoprire mai, si spinge fin nelle sue pieghe più buie e vi porta luce. Luce rubata al giorno, verrebbe da dire, come quella del magnete fluorescente che Olmo attacca al frigorifero per illuminare la notte della sua cucina e che ritorna nel titolo. E lo fa con una scrittura scabra ed essenziale, che incide e scava con la precisione priva di tentennamenti di un bisturi.

Rispetto a quanto possono far immaginare queste poche e sparse osservazioni, la struttura del romanzo è molto più complessa e la vicenda molto più articolata; inoltre ci sono altri personaggi memorabili accanto ad Aime, Olmo e Diego. Non c’è che la lettura diretta, però, per rendersene compiutamente conto. E per scoprire, magari, che Luce rubata al giorno non scivola via silenzioso, una volta che si arriva alla sua riga conclusiva: dalla profondità dell’anima che è riuscito a raggiungere continua a parlare, a far nascere emozione, a produrre sussulti, a formulare domande, a generare dubbi, a dare scossoni. Continua a vivere, insomma, e anche al di là delle intenzioni del suo autore; come solo a pochi romanzi riesce.

Maria Vittoria Lollobrigida