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“Le donne stanno salvando la letteratura in questo paese”. Intervista a Fabio Stassi

Fabio Stassi è ormai di casa a Fieramente Il Libro: nel 2014 ha presentato il suo romanzo “Come un respiro interrotto“; nel 2017, con “La lettrice scomparsa“, ha vinto il Premio Narrativa Edita; nel 2018 ha fatto parte della giuria del Premio Romanzo in Cartolina, istituito prendendo spunto proprio da La lettrice scomparsa. Nel 2018 ha presentato a Subiaco “Ogni coincidenza ha un’anima“.

Fabio Stassi, per cominciare partiamo dal tuo inizio: raccontaci i tuoi primi passi nel mondo della scrittura e di Fumisteria, che fu pubblicato nel 2006 e che l’anno successivo ottenne il Premio Vittorini Opera Prima…
Grazie. Allora, in realtà erano molti anni, dal 1989, che spedivo delle raccolte di racconti o dei romanzi a vari editori, il primo lo mandai proprio a Sellerio, e ho collezionato una lunga serie di rifiuti. Non avevo grandi aspettative, ma ogni volta che terminavo un lavoro provavo a spedirlo a qualcuno. Nel 1994 mi selezionarono per un premio, L’inedito, che aveva lanciato Tabucchi tanti anni prima. Mi aveva letto Ernesto Ferrero, e cercò di aiutarmi a pubblicare già allora, ma per poco non andò in porto. Poi nel 2001 un giornalista, Gianni Mura, notò un mio racconto su una rivista e mi segnalò nella sua rubrica su Repubblica. Mi segnalò di nuovo tre anni dopo, sempre nell’edizione nazionale del giornale, ma non successe nulla. Poi, improvvisamente, nel 2006, mi risposero tre case editrici diverse per tre racconti diversi. La prima era stata proprio la GEM (che faceva parte di Mesogea) per Fumisteria. Mi parve giusto dargli la precedenza poiché avevano risposto per primi. Incredibilmente, finimmo al Premio Vittorini, quell’anno il presidente della giuria era Vincenzo Consolo.

Nel corso degli anni hai scritto anche racconti, usciti sempre singolarmente, in antologie o su quotidiani. Come mai non hai ancora pensato ad una raccolta tutta tua?
Ci penso da molto tempo. Ne ho tanti, anche inediti. Prima o poi, spero. Ma paradossalmente serve più tempo, per lavorare bene sulla brevità.

È opinione diffusa, fra gli addetti ai lavori, che la costruzione di un racconto, rispetto a quella di un romanzo, sia più complessa e complicata, non fosse altro per questioni di ritmo. Tu cosa puoi dirci in proposito?
Il racconto mi affascina. Richiede una coerenza maggiore, tutto deve essere giustificato e non si finisce mai di imparare. Quello che so, ma più da lettore, è che un racconto riuscito dà una grande soddisfazione.

Affrontiamo la questione un po’ più da vicino, attraverso “A poco a poco tutto torna al Monte dei pegni“, il tuo racconto del 2016. Leggerlo è impegnativo, nel senso più alto del termine, con quelle onde che sconquassano non solo il mare… È stato impegnativo anche scriverlo? Raccontaci come ha preso forma.
Ci ho lavorato, potrei dire, per anni. Non tanto come tempo per la stesura. Ma l’ho scritto e riscritto più volte. Tutto era nato da una lettera di Gramsci in cui in due righe raccontava di un maremoto che aveva reso difficile il trasporto dei confinati in un’isola siciliana. È un racconto a cui tengo molto, non so nemmeno perché. Credo di averci intuito una metafora sul destino delle persone che a volte resta in sospeso, e quello è sempre un momento decisivo, in cui si riesanima la propria vita da un punto esterno.

Poco fa è venuta fuori la parola “ritmo”: più di una volta è quello “in levare” del samba che le tue pagine ci restituiscono. Vengono in mente Come un respiro interrotto e “La leggenda di Zumbi l’immortale“. Ecco: tu, il samba, l’arte dell’America Latina…
Grazie per questa domanda. Ho sempre amato quella musica, non so, mi corrisponde. Mi piacerebbe scrivere con quel respiro lì, con quel battito, che è sempre un movimento, e sempre una malinconia. Iniziò tutto intorno ai vent’anni, forse poco prima. Mi ero segnato a un corso di letteratura brasiliana, poi tornando a casa, in una basilica vicino alla stazione, la Basilica degli Angeli, vidi che suonava un chitarrista di nome Baden Powell. Allora non sapevo chi fosse. Entrai per curiosità, proprio quando stava eseguendo Valsa pra Euridice. Mi innamorai di quella musica istantaneamente, e da allora mi sembra di non avere fatto altro che cercare di riportarla sulla pagina.

La leggenda di Zumbi l’immortale è una graphic novel, nata dalla collaborazione con Federico Appel. Per te il “mestiere” di scrivere consiste nel “prendersi cura delle parole, nella convinzione assurda che una singola parola possa spostare l’asse terrestre”: cosa ti ha spinto a cimentarti in un genere letterario in cui la parola ha un ruolo solo complementare?
Sono molto curioso, e vorrei imparare. Sono artigianati diversi, ma si scoprono sempre dei segreti che possono tornare utili. E poi è bello anche starsene in disparte, e vedere come si combinano forme espressive diverse. Lavorare con Federico è stato davvero bello. Avevo scritto poche righe, e vedere poi che cosa sono diventate, soprattutto per la prima tavola, che rappresentava la lunga curva di un fiume, mi ha emozionato.

Torniamo alla musica. In un passo di “Ogni coincidenza è un’anima” scrivi: “l’unico interrogativo ragionevole che un lettore dovrebbe porsi di fronte a quello che legge è chiedersi come suona. (…) Sì, perché i libri suonano. Un libro, ogni libro, è una scatola sonora. E sono sicuro che possa educare alla musica per il fatto stesso che “è” musica.” Libro come “scatola sonora”…
Ci credo ciecamente. Un libro è un fenomeno musicale. La letteratura, la scrittura, la lettura riguardano soprattutto il nostro orecchio, il modo che abbiamo di ascoltare o di riprodurre un suono. Prima del significato, per me viene il suono.

Forse se la scuola insistesse sul suono di un libro, anziché su tutte quelle “menate sul messaggio, le intenzioni, l’architettura…” (per citare ancora “Ogni coincidenza ha un’anima”), si ridurrebbe la diffidenza che moltissimi giovani hanno nei confronti della lettura: che ne pensi?
Da ragazzi c’è un entusiasmo che forse non sappiamo più come intercettare. Ma è un problema più nostro, che loro. Quando vado nelle scuole, vedo sempre delle grandi possibilità negli occhi dei ragazzi. Non bisogna avere paura, può darsi che davvero le serie tv svolgano la stessa funzione che svolgevano i romanzi nell’Ottocento, ma lì il predominio è soprattutto degli occhi. E io credo che sia importante anche educare le orecchie all’ascolto, che è sempre una forma di sensibilità. E porre l’accento sulla musica, sul suono delle parole, è sicuramente un mezzo. Un altro è tornare all’idea che anche la letteratura è un gioco. Un gioco, a volte, estremamente serio, come i bambini sanno bene.

La diffidenza dei giovani nei confronti dei libri non è una sorta di malanno di stagione, che passa col sopraggiungere dell’età adulta, tant’è che in Italia sono davvero pochissimi i lettori, e in larghissima maggioranza donne. Eppure non si può certo dire che le donne dispongano di più tempo! E allora?
Le donne stanno salvando la letteratura in questo paese, e con loro saremo sempre in debito. È vero. Le donne hanno meno tempo, ma più fiducia. Poiché penso che leggere sia uno dei pochi atti che davvero ci distingue dagli altri esseri viventi nel nostro pianeta, le donne trattengono più di tutti la nostra umanità. Ma questo è un fenomeno che avviene soprattutto da noi e nei paesi latini.

Paradossalmente, mentre il numero dei lettori si mantiene esiguo, cresce a dismisura quello degli scrittori, soprattutto di coloro che come tali si presentano solo perché, complici le attuali facilitazioni del mercato, riescono a pubblicare qualsiasi cosa scrivano. E di pari passo si moltiplicano le occasioni per “promuovere” ciò che si pubblica, concorsi “letterari” compresi. Tu che ne pensi?
Si pubblica sicuramente troppo, e il mercato è malato di gigantismo. È anche negativo accendere delle aspettative che poi non saranno mantenute. Oggi è più facile pubblicare, ma molto meno farsi leggere, un paradosso.

Parliamo ora di Fabio Stassi lettore. Sarebbe assurdo chiederti una “mappatura” completa degli autori e delle opere che hai attraversato e che ti hanno attraversato. Potresti, però, indicarci alcune delle tappe più significative del tuo cammino di lettore?
Ho debiti così grandi che ci vorrebbe davvero molto tempo. Provo a elencare, soltanto in ordine sparso, alcuni autori per me decisivi. Italo Calvino, Saramago, Bufalino, Sciascia, i sudamericani: Osvaldo Soriano, Garcia Marquez, Cortazar, Jorge Amado, i poeti: Ungaretti, Montale, Quasimodo e poi Tabucchi, il filone del giallo metafisico, gli altri argentini… insomma, davvero, non finirei più, solo per parlare dei moderni.

Oltre che di libri, sei un lettore di luoghi. Tenendo conto della sua etimologia, la lettura consiste non solo nel raccogliere segni per decifrarli, ma anche nel cogliere il legame fra di essi per metterli insieme, comprenderli: quando tu descrivi un luogo, lo leggi. Prendiamo la Sicilia dei Muli della vergogna, ad esempio (e così ci ricolleghiamo anche alla prima domanda, visto che “I muli della vergogna” è in appendice alle edizione dl 2015 di Fumisteria). Ecco, parlaci di quella tua Sicilia.
La mia Sicilia è un’isola che forse non esiste più. O almeno non esistono più le persone che la popolavano. Le donne che sedevano fuori sulla strada, il vecchio silenziosissimo tonnaroto che abitava di fronte alla casa dei miei nonni, il forno che diffondeva di mattina presto l’odore del pane. Ma sono rimasti i miei amici, e un’idea piena di entusiasmo e di esuberanza riguardo la vita e i rapporti umani. Ma la mia Sicilia è soprattutto nelle storie che mi raccontavano e nelle facce che ho visto da bambino.

Concludiamo con il tuo ultimo libro, Con in bocca il sapore del mondo, che molto ha a che fare con il raccogliere e il cogliere del vero lettore. Si tratta di un’opera singolare in tutto e per tutto, a cominciare dal titolo… A te il compito di raccontarci come è nata.
È nata dal mio amore per la poesia. Ho letto una frase di Bolaño, qualche giorno fa, in cui lui diceva che di avere cominciato scrivendo poesie, quando scrivere era una questione di vita o di morte, e che amava le vite dei poeti, così smisurate, così pericolose. Ecco, il mio desiderio era proprio questo, di raccontare le loro vite smisurate e pericolose, sempre sul confine con la follia. Ho passato con loro un anno molto bello: per me, è un libro pieno di risonanze, anche personali, e spero di essere in parte riuscito a restituire qualcosa dell’emozione che ho provato scrivendolo. Grazie a ciascuno di voi.