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“Lavorare con Dose e Presta mi ha insegnato il senso dell’aforisma”. Intervista a Paolo Restuccia

Paolo Restuccia è il regista del noto programma satirico di Radio2 Il ruggito del coniglio, in cui è amichevolmente definito “The genius”. Lavora alla Rai dal 1987: dal 1991 al 1993, ha condotto 3131 e, come regista, autore e conduttore, ha preso parte a diversi programmi radiofonici, tra i quali Dentro la sera, A che punto è la notte, Luna permettendo, Buono Domenico, Permesso di soggiorno, Coniglio Relax. È stato uno dei fondatori della Scuola di scrittura Omero di Roma, la prima aperta in Italia, attiva dal 1988. Oggi è l’animatore della Scuola Genius.. Ha pubblicato il manuale La palestra dello scrittore, le parole e la forma e i romanzi La strategia del tango e Io sono Kurt.

Paolo Restuccia: sei autore, speaker, regista radiofonico, scrittore di saggi sulla narrazione, fondatore e docente della prima scuola di scrittura in Italia.
Come sono stati e quali sono stati i tuoi inizi?
Raccontaci il tuo percorso,
perché hai cominciato a scrivere e come hai reso le tue attività una professione.
Io ho cominciato come credo facciano in tanti. Da ragazzino leggevo moltissimo, potevo restare per ore seduto sul pavimento di casa divorando qualunque tipo di carta stampata, dai romanzi ai fumetti, ma perfino la pubblicità o il catalogo Postal Market (dove più che da leggere c’era da vedere). Poi per imitazione ho scritto un racconto tristissimo su una mosca intrappolata d’estate, non so che fine abbia fatto, poi di seguito poesie con amici e amiche, romanzi incompiuti e via così. Finché ho cominciato ad appassionarmi di giornalismo e quindi ho trovato la strana occupazione di scrivere articoletti sulle partite di seconda categoria per il “Corriere dello sport”, il resto si è accumulato anno dopo anno. Intanto frequentavo radio private locali per tenere piccoli programmi al microfono in cui parlavo di cinema e canzoni. All’università, dopo aver finito gli esami di letteratura mi sono appassionato all’antropologia culturale e ho scritto una tesi di quel tipo, progettavo di fare l’antropologo per tutta la vita, però a radio Rai cercavano un consulente in antropologia e l’hanno chiesto a Ida Magli, la professoressa che aveva seguito la mia tesi, così lei ha proposto me. Da quel momento in poi ho continuato con la radio. Lì ho conosciuto lo scrittore Andrea Porporati, che aveva avuto l’idea di fare dei corsi di scrittura creativa e insieme pensammo di dar vita a una rivista letteraria con altri giovani intellettuali che lui conosceva. Fu sempre lui ad azzeccarne il nome: Omero.

Quali maestri ti  hanno formato maggiormente e come sei arrivato a loro?
Io sono stato e sono ancora soprattutto un fruitore soddisfatto di letteratura, quindi devo dire che da questo punto di vista considero maestri gli scrittori che ho letto di più, per esempio Calvino e Sciascia, Simenon e Hemingway, Pasolini, del quale amo molto anche le poesie e il cinema. Tra i maestri di scrittura creativa ho appreso molto da un autore americano che ho tradotto e che si chiama Robert McKee. Quando lavoravo ai suoi libri, gli amici scherzando dicevano che eravamo la stessa persona.

Che rapporto hai con gli altri attori del mondo editoriale?
Ci sono ruoli e professioni ai quali ti senti più vicino e altri con cui ha meno affinità e sintonia?
Conosco tanti protagonisti del mondo editoriale ma credo di essere un introverso che preferisce scrivere e tradurre o insegnare piuttosto che far parte della socialità condivisa dai letterati, ho degli amici tra gli scrittori ma credo che potrebbero anche fare un altro mestiere per quanto mi riguarda. Mi sento affine a chi scrive, meno a chi sa auto promuoversi, oppure promuovere gli altri, ma mi dispiace perché è un mestiere utilissimo che non mi riesce bene.

Esiste ancora un luogo ideale di confronto tra i protagonisti del mondo editoriale?
Secondo me no. Ci si ritrova nei luoghi deputati, ma non credo che lì ci siano delle vere condivisioni o del vero confronto. Forse alcune riviste permettono di scambiarsi delle opinioni, ma sono sempre più povere e difficili da sostenere. Paradossalmente ho trovato più confronto nei social network che altrove. I miei “amici” di facebook sono molto interessanti e tra loro ci sono autori che esprimono ciò che pensano, spesso in modo viscerale, talvolta con grande raffinatezza, meglio che in altre situazioni più paludate.

Qual è il momento più difficile, nel percorso di nascita e sviluppo di una storia?
Dall’idea, lo spunto originario fino alla scelta del titolo, quali sono le fasi e come le vivi?
Io penso costantemente che non finirò la storia che sto scrivendo e che se mai dovessi riuscirci il risultato non convincerà nessuno. Poi ci sono momenti di esaltazione e momenti di disillusione. L’idea compare spesso come un’illuminazione fragilissima, una sorta di lumino fievole che si allontana nella notte. Se non l’afferro subito rischio che si perda o si corrompa in qualcosa di diverso e meno forte. Lo sviluppo è divertente, anche se avanzo scrivendo e buttando o riscrivendo. La parte che mi piace di più è la riscrittura o editing: è il vero lavoro artigianale sul materiale che io stesso ho formato ma che a quel punto posso guardare con il necessario distacco. Difficilissimo, per me, il finale.

Mentre stai scrivendo, pensi mai a chi leggerà il tuo libro?
Pensi di rivolgerti a un tipo o a più tipi particolari di lettore?
Qualche volta capita, ma smetto subito. Se inserisco una frase letteraria pensando che farà piacere a un certo critico, per esempio, oppure se la butto sullo sbraco convinto che sarà amato dal lettore comune, dopo poco ritorno in me. L’atto dello scrivere è una fatica vera e pure molto intima, non credo abbia senso farlo pensando a qualcun altro. Non si produce una cosa viva se pensi agli altri, se la scrivessero loro se ci riescono l’opera che gli piace, io scrivo la mia.

Quali sono le sensazioni interiori, le emozioni e le percezioni del mondo esterno che hai, mentre stai scrivendo?
Quando scrivo, la mia concentrazione è massima, mi isolo completamente, tanto che riesco a scrivere in qualunque condizione. Buona parte delle mie storie è stata scritta negli autobus sui taccuini e, ora, sull’iPhone. Invece le percezioni interiori sono vivissime, vedo i personaggi, li imito, ci convivo con grande familiarità, li sgrido o li lodo, come se potessero sentirmi. Deve essere una sorta di psicopatologia.

Nella tua storia ci sono moltissime esperienze e ancora adesso porti avanti molte attività, da autore, speaker e regista radiofonico a scrittore di saggi sulla narrazione, fondatore e docente della prima scuola di narrazione in Italia (la “Scuola Omero”) infine romanziere.
Qual è il travaso e la contaminazione tra queste attività, cos’hai messo – se è avvenuto – di queste esperienze nella tua scrittura?
Molto. L’attività della scuola di scrittura mi ha permesso di rimanere a contatto con i nuovi cervelli in ebollizione, che cuociono in maniera diversa e su altri fuochi rispetto al mio, la radio mi aiuta a rimanere popolare e a godere delle storie quotidiane raccontate dal pubblico, lavorare con Dose e Presta mi ha insegnato il senso della battuta, non necessariamente comica, ma l’essenza dell’aforisma, della frase ben tagliata che “dice” qualcosa. E certe volte mi rendo conto che il testo può migliorare se sai dove e quando fermarti. Non ci penso quando scrivo, me ne accorgo dopo.

Le tue giornate iniziano prima dell’alba per andare in sala regia de “Il ruggito del coniglio” su Radio2 e terminano la sera tardi, dopo che hai condotto i corsi nella scuola di scrittura “Genius” appena fondata. Dove trovi le energie e le risorse per fare tutte queste cose?
E il tempo per scrivere, come lo ricavi?
Non credo di essere tanto energico, non più di altri, ma penso di avere la strana attitudine a trasformare in movimento la voglia di smetterla o i momenti di depressione, che probabilmente tutti attraversiamo. Il tempo per scrivere si può solo rubare al resto, se non ti pagano molto per farlo, ma in genere sprechiamo ore in tante attività meno interessanti della scrittura. Io poi mi sposto sui mezzi pubblici e scrivo nel traffico romano, c’è un sacco di tempo in genere.

I tuoi romanzi “La strategia del tango” e “Io sono Kurt” sono un bellissimo esempio di contaminazione tra i generi; la loro non classificabilità è forse quello che li caratterizza di più.
La tua è stata una scelta tecnica, voluta e impostata, o viene dalla natura stessa dello scrivere?
Quando ho scritto La strategia del tango pensavo di aver raccontato una storia sul potere, shakespeariana, ma è stata letta come un “giallo atipico”, per esempio da un critico e scrittore come Andrea Carraro, che la portò alla Gaffi. Io sono Kurt è stato un percorso autobiografico nei paradossi e nelle scelte della mia generazione ma è venuto così soddisfacentemente inquietante da renderlo un noir che Fazi ha inserito nella sua collana Darkside. Penso comunque che viviamo in un’epoca in cui le categorie sono contaminate fin dall’inizio ed è molto rara la purezza della letteratura come delle altre arti.

Dopo essere stato in giuria per la narrativa edita nelle precedenti edizioni del Premio Letterario Nazionale “Subiaco Città del Libro” , quest’anno sarai membro del Comitato di lettura per la Narrativa Inedita nella VII edizione del Premio. Come nasce questa collaborazione e  quali aspettative hai?
Mi aspetto di leggere testi imprecisi ma potenti, con l’energia che generalmente sprigionano i talenti migliori prima di riuscire a farsi riconoscere e accettare dai lettori. La collaborazione con il Premio è stata favorita dallo scrittore Marco Proietti Mancini, che mi ha coinvolto facendomi conoscere gli organizzatori, poi ho partecipato a una bella premiazione in cui sono stati presentati giovani autori esordienti di Subiaco e dintorni, ho fatto parte della giuria dei romanzi editi con critici e scrittori di alto profilo e adesso mi dedico a chi ha scritto un romanzo ed è in attesa di sapere quanto vale.

Domanda obbligatoria per uno scrittore: a quando il tuo prossimo libro?
Sono a metà della stesura di una nuova storia e – come ho detto all’inizio – sono convinto che non la finirò mai e in più sarà una schifezza. Scrivere per me è un’avventura che non so mai come andrà a finire.

Se potessi scegliere solo tre libri da consigliare, quali sarebbero?
Ce ne sarebbero a migliaia, dico tre che ho letto da ragazzo e sono stati importanti per me: Il buio oltre la siepe di Harper Lee, Qualcuno volò sul nido del cuculo di Ken Kesey, Il barone rampante di Italo Calvino.