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Recensione di “La Bibliotecaria” di Marina Di Domenico

La nostra recensione di

“La Bibliotecaria” di Marina Di Domenico

Elliot

Non ne dice nulla, il romanzo. Non la nomina nemmeno. 

Eppure Francesco deve avercela una valigia, quando, in transito nell’aeroporto di Fiumicino, scende dall’aereo che lo ha riportato in Italia al termine di una meravigliosa settimana trascorsa con Roberta a Sharm el-Sheikh e meno di due ore dopo si imbarca, da solo,  alla volta della Nigeria come inviato di guerra. Magari non la porta con sé, perché i bagagli seguono un tracciato diverso da quello di passeggeri e ci sono i nastri trasportatori a trasferirli dalla stiva di un aereo a quella di un altro, ma di certo ce l’ha.  

E di certo al suo interno, accanto ai colori vivaci delle magliette e dei calzoncini utilizzati a Sharm ci sono quelli neutri dei pantaloni e dei giubbetti dalle mille tasche adatti a zone di guerra.

C’è da augurarsi che al momento di prepararla, una settimana prima, si sia ricordato di mettervi anche dei comodi scarponcini, perché i sandali infradito vanno bene per una spiaggia, non per il terreno  accidentato di campo di battaglia. Ma è affidabile, Francesco, e se ne sarà di certo ricordato.

Ci si sente un po’ a disagio di fronte alla promiscuità che c’è all’interno di questa valigia, soprattutto se ci si spinge ad immaginare che, quando Francesco rientrerà dalla Nigeria – perché c’è da stare tranquilli, quanto a questo, tornerà sano e salvo dai rischi della sua missione –  sul fondo di essa, mescolata a granelli di sabbia provenienti da Sherm ci sarà un po’ della polvere di un campo di battaglia.                                                                                      

Ecco, La bibliotecaria è un romanzo-valigia, al cui interno l’autrice ha infilato (o cercato di infilare) quanto può servire per le occasioni più disparate, con l’idea di fornire una sorta di campionario di tutta, ma proprio tutta, la varietà della Vita.

C’è l’amore in tutte le sue forme e sfumature, da quelle più perverse a quelle più tenere; ci sono  il pregiudizio e l’ignoranza, che nelle zone più appartate della provincia sembrano attecchire meglio; e poi ancora l’incesto, la pedofilia, i segreti inconfessabili,  la meschinità, la superstizione, il calcolo, l’egoismo, il perbenismo di facciata, la mistificazione, l’arroganza che deriva dalla posizione sociale e molto altro ancora  

E sullo sfondo ci sono ammiccamenti continui a questioni,  fatti e situazioni dell’attualità più recente: traffici internazionali di bambini,  migrazioni disperate, scandali di preti pedofili, ricostruzione successiva al terremoto del 2009, violenza sulle donne,  terrorismo, guerra dissennata in Afghanistan e in Nigeria, oasi di pace in tranquille praterie statunitensi, sacche di smisurata miseria in Brasile.

Solo che un libro, ammesso che abbia un’utilità, serve a far respirare, non a far camminare  (per parafrasare Roland Barthes) e quindi non deve avere dentro “cose” giuste come gli scarponcini di Francesco.   

Senza contare, poi, che una valigia non potrebbe mai contenerla tutta, la varietà della Vita, tanto più se ha la capienza di appena 129 pagine, come La Bibliotecaria.

Infatti, nel tentativo di farcela stare tutta, l’autrice l’ha semplificata: ne ha mantenuto le apparenze più superficiali, che sono le più leggere e meno ingombranti, e ha rinunciato a raccontarne la complessità e a creare personaggi dotati di un qualche spessore;  e queste apparenze le ha affastellate in ordine sparso, tenendo conto dello spazio a disposizione più che delle loro parentele, e le ha compresse fino a fonderle, talvolta, in blocchi grinzosi e compatti, col risultato che poi il lettore si ritrova fra le mani capi stropicciati e di incerta fisionomia. 

All’inizio può essere persino divertente  scoprire una scarpa nella manica spiegazzata di una camicia  o un calzino appallottolato nel risvolto di un paio di pantaloni, ma alla lunga l’effetto-sorpresa si esaurisce. E doveva saperlo, l’autrice, perché nel fondo più fondo della valigia ha depositato un concentrato delle apparenze più incredibili e tragiche in cui la vita può manifestarsi, con l’intento di stupire e sconcertare il lettore, scuotendolo fin nel suo intimo. Solo che il lettore, quando le trova, è ormai stufo e ha capito il gioco:  si sente solo a disagio, non turbato né tanto meno sconvolto, di fronte a tutta quella arzigogolata serie di colpi di scena che della tragicità ha solo una sgualcita parvenza.  

Il suo disagio è innocuo come quello provocato dalla promiscuità all’interno della valigia di Francesco e non è destinato a durare più del tempo necessario ad arrivare a quelle righe conclusive del romanzo in cui Roberta e Nicola si trovano d’accordo nel riconoscere che la faccenda del segreto, tutto sommato, ha avuto  un lieto fine. 

Al centro della narrazione c’è la giovane Roberta, che è sopravvissuta alla violenza del suo ragazzo e per cercare di riprendere in mano la sua vita decide di andar via da Novara e di trasferirsi in un piccolo centro abruzzese che ha bisogno di una bibliotecaria.  È austera e polverosa la biblioteca che deve provvedere ad ammodernare, e trae un che di sinistro dagli adiacenti ambienti in disuso che un tempo ospitavano un collegio. Essa diventa presto il luogo privilegiato di incontri, apparizioni, scoperte e premonizioni che, attraverso un percorso via via sempre più tortuoso e persino rischioso,  permetteranno a Roberta di capire quale verità terribile si celi nell’indicibile segreto di cui tutti in paese si sentono custodi, benché nessuno, in realtà, ne conosca più di qualche frammento.  

Nel frattempo trova anche l’amore.

Questo è l’ordito su cui l’autrice tesse i fili di una trama fittissima ma inconsistente, al cui interno si muovono personaggi privi del tutto di credibilità,  riconducibili a stereotipi, se non addirittura a vere e proprie macchiette. 

La scrittura è mediamente fluida e curata, il che non garantisce armonia costante e non esclude la presenza di incongrui artifici. Come quelli, ad esempio, a cui si fa ricorso per descrivere il comportamento di Francesco durante la prima notte che trascorre con Francesca o per  dar conto delle accortezze utilizzate da Eleonora nel momento dell’impeto passionale verso Paolina.   

Maria Vittoria Lollobrigida