EUCOOKIELAW_BANNER_TITLE

l-estate-muore-giovane-mirko-sabatino-nottetempo-recensione-fieramente-il-libro

Recensione di “L’estate muore giovane” di Mirko Sabatino

La nostra recensione di

“L’estate muore giovane” di Mirko Sabatino

Edizioni Nottetempo

È la stagione degli eccessi, l’estate, e dei contrasti: luce accecante che rende più scure le ombre, fragori di tuono che portano temporali fasulli, tramonti infuocati che sono esplosioni di vita, frutti non colti che maturano troppo, arsura che spacca la terra. Come l’adolescenza, in cui “ogni cosa è tutto”.

Ed è in estate, nell’estate del 1963, che nei vicoli di un piccolo centro della Puglia si svolge la storia di Damiano, Primo e Mimmo. Sono “tre ragazzini in bilico sul mondo”, tre adolescenti. C’è ansia di assoluto nel modo in cui vivono, anzi celebrano, ogni momento della loro vita: il loro legame è molto di più di un’amicizia, è un patto suggellato col sangue che esclude infrazioni e defezioni; mentre si dirigono nel luogo che hanno eletto a rifugio segreto, si sentono “gli unici umani a calcare quella strada, esploratori di una regione che sfugge alle mappe della terra.

Non conoscono mezze misure e non fanno distinzione tra piccolo e grande: aderiscono in modo totale ed esclusivo a tutto ciò che, momento per momento, si trovano ad affrontare, la violenza di un cruento scontro fisico con la banda rivale come lo stupore derivante dalla scoperta che gli involtini di carne non nascono “già in forma cilindrica” e che dietro la loro forma c’è “un lavoro artigianale di trasformazione, di confezionamento”. E non cercano spiegazioni per ciò che di assurdo o ripugnante cominciano a percepire nella vita degli adulti, perché sentono che “ogni spiegazione è una semplificazione”.

Ciascuno ha la sua indole, le sue luci e le sue ombre; e anche la sua dose di sofferenza, che per tutti e tre ha a che fare, seppur per ragioni e con modalità diverse, con la figura paterna: Primo ha perso il padre quando aveva sei anni; Mimmo ne ha uno che entra ed esce dal manicomio; Damiano uno occupato a rendere sempre più vuoto a spento lo sguardo della moglie. Ciascuno vive la sua sofferenza come può e sa. Primo, ad esempio, la stempera in un gioco che condivide solo con Viola, la sorella di un anno più piccola con la quale ha un legame specialissimo, reso possibile proprio dalla morte del padre, che li ha fatti diventare una “unità divisa in due”: rielaborando fantasiosamente brandelli di ricordi, si racconta e le racconta – e tutti e due fingono davvero di crederci – quanto di mirabolante accade al padre in un preciso giorno del futuro, ogni volta scelto a caso.

L’estate non dura per sempre. Come non dura per sempre l’adolescenza. Il passare delle stagioni, però, ha un andamento ciclico e immutabile; quello delle età della vita no: non solo non è ciclico, ma non è per niente scontato e non ha niente di stabilito una volta per tutte. Se, per esempio, qualcosa di spropositato va ad interferire con gli eccessi e le incongruenze dell’adolescenza, radicalizzandone i tratti ed esasperandone le potenzialità distruttive e autodistruttive, il passaggio all’età adulta può diventare problematico o addirittura non avvenire mai. Con esiti e risvolti del tutto imprevedibili.

Ecco. nel romanzo accade qualcosa di spropositato che ha un impatto devastante su Mimmo, Damiano e Primo. Tutto precipita rovinosamente, in loro ma anche intorno a loro, e la vicenda assume i contorni di una tragedia collettiva. Nel vortice di morte, di dolore e di violenza – sia subita che inferta – che si viene a creare, diventa impossibile persino distinguere le vittime e i carnefici, nonostante si sappia bene da dove e per opera di chi sia partita la scintilla decisiva. Ad essere unicamente vittime sembrano solo le figure femminili: prima e più di tutte, la piccola Viola. Chiedersene la ragione, però, sembra quasi fuori luogo: ci sono altre domande, più smisurate e scottanti, che premono sulle pareti della mente e del cuore.
Forse aveva ragione il padre di Mimmo, quello che entrava ed usciva dal manicomio, quando diceva:

“Bene, Male… Non è assolutamente così schematico come sembra. non è per niente facile definire, o prevedere, le persone sulla base delle loro azioni. Un’azione, per quanto specifica ed estrema, non basta a collocare un individuo nella categoria del Bene o del Male. Non lo definisce nel suo insieme, e non gli impedisce di compiere un’azione di segno contrario in un’altra situazione o momento dell’esistenza.”

E prima, di azioni ascrivibili alla categoria del Bene, don Gennaro ne aveva compiute molte.

Affronta temi forti, Mirko Sabatino, quelli che più spiazzano e che più fanno sentire vulnerabili perché toccano i nervi più scoperti; quelli che viene naturale definire in-dicibili e in-audibili, quasi che, negando la possibilità di parlarne e di sentirne parlare, si potesse negarne anche l’esistenza. E lo fa con lucidità e onestà implacabili, senza concedere sconti. La tensione non lascia mai le pagine e a volta cresce fin quasi a varcare i limiti della sostenibilità; ad allentarla e smorzarla, a conferirle una sottile venatura di leggerezza, provvedono i piccoli e frequenti scarti laterali con cui la narrazione tende a sconfinare nei territori più rarefatti del sogno, della tenerezza, dell’anomalia, dello stupore.

È Primo, l’unico sopravvissuto a quell’estate del 1963, a raccontare la vicenda in prima persona.
A distanza di tanti anni tona nel suo piccolo paese: dal fondale di quel tratto di mare sui cui tante volte, dall’alto del loro rifugio sulla scogliera, si erano sporti lui, Mimmo e Damiano, dei sommozzatori devono recuperare una vecchia mietitrebbia “arrugginita e ulcerata” e lui non può non essere presente. Perché si tratta proprio di QUELLA mietitrebbia. Ed è dal 1963 che se ne stava sepolta là sotto.

Mentre assiste all’operazione, dal finestrino di un’auto o forse da una fessura della memoria, gli arriva una canzone, Vecchio frack, di Domenico Modugno. Intatta, torna tutta la “bellezza malinconica” del momento in cui, in un giorno dell’estate del 1963, l’aveva ascoltata per la prima volta. Con lui c’erano Damiano e Mimmo e tutti e tre erano ancora “in bilico sul mondo”.

Maria Vittoria Lollobrigida