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Recensione di “Isola di neve” di Valentina D’Urbano

La nostra recensione di

“Isola di neve” di Valentina D’Urbano

Longanesi

È la ricerca di qualcosa che non si sa nemmeno se esista davvero il motore delle vicende narrate nell’Isola di Neve. Il che lascia già presagire che sarà l’imprevedibilità uno dei tratti distintivi del romanzo.  

L’oggetto della ricerca in questione è uno spartito.

Inizialmente ci si mette sulle sue tracce seguendo un filo sottile e fragile, quasi trasparente;  man mano, però, questo filo si irrobustisce e allunga, attorcigliandosi su se stesso e intrecciandosi a mille altri. 

Alla fine, quando si dipana l’ingarbugliata matassa in cui si è trasformato e anche l’ultimo e più intricato nodo si scioglie, a diventare gomitolo è il filo rosso che lega tre generazioni. 

E l’ultimo e più intricato nodo riguarda la Neve del titolo, creatura eterea eppure quanto mai concreta, come pare suggerire il suo stesso nome, che  evoca leggerezza e nello stesso tempo rimanda alla gravità del manto che tanti impalpabili fiocchi possono formare compattandosi fra loro. Ecco, il problema è proprio nel suo nome, perché in precedenza è venuto fuori che in realtà  Neve è solo il nomignolo con cui tutti, anche i suoi familiari, hanno cominciato a chiamarla dopo che una sua compagna di scuola lo ha creato per lei; ed è venuto fuori anche che ad un certo punto lei stessa si è fatta chiamare Tempesta. Ma allora qual è il suo vero nome e chi è veramente Neve?  

Neve nel 1952 ha 17 anni e vive nella piccola e immaginaria isola tirrenica di Novembre, che non è molto lontana dalla costa, ma  talmente chiusa in se stessa da sembrare fuori dal mondo. A connotarla, come se non fosse già sufficiente la tristezza del nome, è la sagoma scura e austera  del penitenziario che sorge sull’adiacente scoglio di Santa Brigida. Si tratta di un vecchio edificio malandato che sta per essere smantellato e nel 1952 arriva l’ultimo suo “ospite”: Andreas Von Berger, un giovane violinista tedesco, biondo e bello, che nell’ aspetto e nei modi  non ha nulla della rozzezza dei detenuti di solito inviati a Santa Brigida e nemmeno degli isolani. Quando scende in catene dal mercantile che lo ha condotto a Novembre, fra i curiosi che lo aspettano c’è anche Neve: i loro sguardi per un attimo si incontrano.

Non è bella la vita sull’isola di Novembre; soprattutto quella di Neve, che appartiene ad una famiglia  più misera e disgraziata delle altre. Il padre è pescatore, ma da un po’ di tempo la sua occupazione principale è bere, per cui sempre più spesso non ce la fa ad uscire in mare alle prime ore del mattino: al suo posto va  Neve, che, per quanto minuta ed esile, ha imparato a destreggiarsi con la barca e con le reti come e meglio di un ragazzo. La sopravvivenza della famiglia dipende in gran parte da lei, ma nonostante questo è proprio su di lei che  il padre, quando è ubriaco, scarica tutta la sua violenza. 

Sogna di evadere, Neve. E ci riesce in un modo specialissimo, senza andare via da Novembre.    Arrampicandosi all’interno di un cunicolo attraverso il quale una volta saliva un montacarichi, si porta fuori dai limiti dello spazio e del tempo: perché l’infinito può trovarsi anche tra quattro mura scalcinate e l’eternità dentro una manciata di settimane. 

Edith nel 2004 ha circa venticinque anni e arriva a Novembre sulla scorta dei pochi indizi di cui dispone per rintracciare una partitura musicale che le sta particolarmente a cuore. È tedesca e suona il violino.  Per quanto abbia il presentimento di essere vicina alla soluzione, deve ammettere di trovarsi ad un punto morto. Ora che è nel luogo in cui cinquantadue anni prima, nel 1952, l’autore dello spartito – nonché proprietario di un prezioso violino, anch’esso andato misteriosamente perduto – è stato detenuto per qualche mese, non sa cosa fare e come muoversi: nessuno dei pochi abitanti rimasti ha memoria di Andreas Von Berger  e ormai il penitenziario, in cui sperava si fosse conservata qualche traccia del suo passaggio, è solo un vecchio rudere vuoto di tutto, a cui, per ragioni di sicurezza, è persino interdetto avvicinarsi. 

A distanza di alcuni giorni, sempre nel 2004, arriva sull’isola di Novembre anche Manuel, un ventottenne in fuga da se stesso  e da Roma. È partito per impulso, senza nessun bagaglio, e porta il suo male di vivere nella vecchia e malandata casa dei nonni materni, che a Novembre sono nati e vissuti, in cui da bambino ha trascorso alcune delle sue vacanze.  

Edith e Manuel finiscono inevitabilmente con l’incontrarsi. E spesso, soprattutto all’inizio, si tratta di scontri.  Pian piano, però, e con slancio crescente, Manuel si lascia coinvolgere da Edith in quello che lì per lì gli era sembrato solo lo strampalato progetto di una strampalata ragazza. E il suo male di vivere ne trae un inaspettato beneficio.  

Insieme, tra peripezie, colpi di scena  ed equivoci, i due vengono in possesso di prove sempre più corpose: esse hanno a che fare con la partitura e col violino, ma nello stesso tempo aprono spiragli su scenari inaspettati e sorprendenti che Edith e Manuel  non possono lasciare inesplorati.

La matassa si fa sempre più ingarbugliata, ma riescono a sbrogliarla:  eccolo trovato, finalmente quel filo rosso che lega tre generazioni: parte nel 1952 da Novembre e a Novembre ritorna nel 2014; ed è Manuel a tenerne una delle due estremità.

Corrono veloci e fluide, le quasi cinquecento pagine del romanzo e prendono il lettore immergendolo completamente nelle vicende, o meglio sarebbe dire nell’intrecciarsi e nel succedersi  delle vicende, cioè nella loro narrazione.  

Sì, perché L’isola di Neve consiste tutto nella  rete di incastri che ne costituisce l’architettura: esclude, o riduce ai minimi termini, lasciandole, comunque, sempre sullo sfondo, introspezioni psicologiche, descrizioni, digressioni, arditezze stilistiche, tutto quanto, insomma, rallenti o non riguardi l’avvicendamento dei fatti e distolga il lettore dal puro piacere di seguirne il corso.  

E il corso dei fatti ha i tratti tipici dell’avventura:  si caratterizza infatti per l’imprevedibilità degli sviluppi, la provvisorietà delle situazioni, la repentinità dei cambiamenti  e la dilazione dello scioglimento.  

Così si verifica di continuo che il romanzo lasci in sospeso una storia, inserendone un’altra al suo interno, salvo poi tornare alla prima lasciando in sospeso la seconda. E questo accade all’interno dei singoli capitoli e  tra un capitolo e l’altro, ma non solo: infatti le vicende del 1952 sono distribuite in blocchi di capitoli che si alternano a quelli che riguardano gli accadimenti del 2004, pur con inevitabili e reciproci sconfinamenti.   

In questa ottica, allora, diventa irrilevante che ogni situazione conflittuale si risolva nella attrazione fatale fra un uomo e una donna, che i personaggi siano stereotipati, che gli snodi della storia non tengano in gran conto la plausibilità, che gli scioglimenti siano incongrui,  che nessuna grande domanda si affacci mai tra le righe a scuotere il lettore: perché il supplemento di vita che un romanzo concede può consistere anche nel tempo sospeso di una bolla di sapone, libero dai vincoli e dalle zavorre del tempo reale.

Nunc vino pellite curas, cras ingens iterabimus aequor – ora scacciate le preoccupazioni con il vino, domani torneremo ad affrontare il grande oceano”, dice Orazio.

Maria Vittoria Lollobrigida