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Intervista con Teresa Campi

Il suo romanzo, D’Amore e Morte, è ambientato a Roma nei primi decenni dell’Ottocento. Qual era il fascino che la capitale esercitava sui tanti artisti e intellettuali stranieri che la visitavano e sui molti che poi decidevano di fermarsi?
Roma rappresentava l’epicentro dell’arte classica, cioè la sede storica dove tutto era cominciato anche se dopo la Grecia, ma in Grecia i reperti non erano stati ancora portati alla luce. Solo grazie all’elaborazione delle ‘copie’ romane erano visibili i capolavori dell’arte greca. La grande abbondanza di opere d’arte rese Roma, non solo una ‘cappelliera piena di pizzi’ come ebbe a scrivere Lord Byron, ma anche faceva gola a tutti portarsi a casa un ‘ricordino’: un reperto, una statua, un dipinto, e così fu il luogo delle ruberie più sfrenate. Canova nel 1815 riporta a Roma i capolavori di scultura e pittura che Napoleone aveva razziato nella fulminea campagna d’ Italia del 1796-97 e che erano: 63 del Vaticano, 20 del Campidoglio, il resto quadri delle chiese romane. Il tutto trasportato su carri fino a Livorno, e di qui via mare a Marsiglia e poi, risalendo Rodano, Saone e canali, fino a Parigi. Inoltre lo ‘scenario’ ovvero ‘la vista’ del paesaggio bucolico attorno ai ruderi ispirò, a mio parere, il passaggio dall’arte classica a quella dei primordi del romanticismo. I pittori che calavano dal gelido Nord non avevano ‘quei’ colori per dipingere la scena così come agli scultori venne meno la fantasia della rappresentazione dell’eroe statuario proprio grazie ad una collocazione dove la natura finiva col sommergere con la sua bellezza il contesto. Natura e cultura a Roma erano una sola cosa come ebbe a dire Goethe.

Byron, Shelley e Keats, tre grandi poeti romantici inglesi ma anche tre controverse figure di “outsider”. Cosa l’ha maggiormente affascinata delle loro vicende umane?
Di Byron il coraggio di essere se stesso fino in fondo fino a rischiare la vita. Se non fosse stato per il suo amico Cam Hobhouse che lo difese dai suoi eccessi e che distrusse gran parte delle sue memorie intime, avrebbe fatto la fine di De Sade. Non era né un santo, né un martire: tutt’altro. Byron fu anche ‘feroce’ soprattutto nei confronti di Claire Clairmont cui negò la figlia lasciandola morire in un convento a soli sei anni. Però fu l’unico del suo tempo a dichiarare guerra al Parlamento inglese, ad imbracciare ideali di libertà e giustizia non solo per la sua patria. Le sue ‘colpe’ erano molte ma trovò il modo per riscattarsi conferendo alla sua vicenda umana un valore ‘sociale’. Shelley era invece un grande visionario. Credeva nella ciclicità dell’esistenza umana, era vegetariano, era per la famiglia ‘aperta’, era anarchico pur essendo di origini nobili. Scrisse cose meravigliose sul ruolo della poesia e dei poeti che lui defini: ‘legislatori del mondo’. Vide la sua morte per acqua in una splendida poesia, e fu l’unico dei tre ad essere talmente ‘moderno’ che ritroviamo le sue idee espresse tutte insieme solo nel movimento del ‘68’. John Keats è il poeta più grande dei tre. Scrisse versi memorabili sulla precarietà della vita, proprio perché spinto dalla malattia, voleva a tutti i costi lasciare un ‘segno’ nel mondo per continuare ad esistere. Non era affatto un ‘debole’ né un amante catatonico dell’arte classica come lo si è voluto vedere. Lui cercava nella bellezza l’immortalità, nella bellezza l’unico valore per cui era degno vivere. Ma per bellezza lui intendeva anche ‘cuore’ ed in questo era perfettamente un romantico ante literam.

Quanto è stato difficile far confluire anni di ricerca in un romanzo storico? Quali sono stati gli ostacoli da superare oppure le scelte da operare?
La ricerca è partita negli anni 80 quando ho cominciato a tradurre le lettere di Shelley per l’Archinto ed è durata fino al 2011. Poi sorgeva il problema di cosa scrivere. Dovevo optare fra saggio critico o narrativo. Il saggio mi sembrava troppo ‘freddo’; volevo che il pubblico italiano cominciasse ad amare i tre poeti vedendoli il più vicino possibile alle loro esperienze, dunque non facendoli sentire ‘stranieri’. Ho scelto così il loro periodo romano perché tutti e tre fanno a Roma l’esperienza della morte. Un esperienza forte, dunque, dove la sincerità emerge per forza di cose.
La vicenda umana forse è un contributo in più per rendere più masticabili le loro opere. Mi sono attenuta il più possibile alla realtà dei fatti trascrivendo interi brani dai loro diari e dalle loro lettere. Non c’era la necessità di una fantasia aggiuntiva: le loro vicende erano di per se già fin troppo ‘fantastiche’. Solo per rintracciare la genealogia della famiglia Godwin-Shelley bisogna avere la mappa in mano per ricordarsela.

Il protagonista, Christian Abrahams, è un giovane danese, un personaggio di pura finzione a differenza di molti altri presenti nel romanzo che sono, invece, storici. Qual è a sua funzione narrativa?
Christian è il prototipo del ragazzo nordico ‘rozzo’ e ‘sempliciotto’ che viene svezzato a Roma. Passa dalla sorpresa all’incredulità fino a diventare un uomo. Goethe scrisse che a Roma lui era diventato un uomo..così ho immaginato questo ragazzo che s’imbatte in questi ‘mostri’ esattamente come uno della folla avrebbe incontrato all’epoca i tre poeti.

Lord Byron è il più controverso dei tre poeti al centro del suo romanzo. La sua complessa personalità, i suoi eccessi e gli scandali legati alle sue relazioni amorose hanno fatto di lui un vero e proprio “personaggio”, molto simile agli eroi tormentati e affascinanti dei suoi versi più famosi. Quanto dell’ “eroe byroniano” c’è in Lord Byron?
George Gordeon Byron è al tempo stesso il volto e la maschera. Le due cose sono inscindibili. Fu lui che creò il personaggio di se stesso.

Il poeta Percy Bysshe Shelley e sua moglie Mary, autrice del romanzo Frankenstein, erano a Roma nel 1817 Qual è la scoperta più curiosa, tragica o intrigante sulle loro vite che ha fatto studiando i documenti che li riguardano?
La scoperta più clamorosa, fra le tante, è quella che Shelley avesse avuto rapporti sessuali sia con la sorellastra di Mary, sia addirittura con la governante Elize da cui ebbe pure una figlia che abbandonò ad una famiglia napoletana. Inoltre Shelley indusse Mary ad accettare le avances di un suo amico, perché l’amore non doveva e o poteva essere un bene esclusivo, secondo le sue idee liberal anarchiche.

John Keats morì a Roma nel febbraio del 1821 a soli 25 anni. La sua tristissima vicenda umana fu però illuminata da una grande fede nella bellezza, da una profonda passione per la poesia e da un amore intenso quanto sfortunato per Fanny Brawne. I suoi versi sono considerati tra i più belli nella letteratura romantica inglese. Perché è così poco letto, conosciuto nel nostro paese?
Ritengo John Keats uno dei più grandi poeti di tutti i tempi, veramente. La sfortuna in Italia dei tre poeti è dovuta principalmente a delle traduzioni testardamente legate all’originale inglese che hanno prodotto dei veri e propri ‘aborti’ linguistici. Byron in questo senso è pressoché intraducibile per via dei giochi e delle allitterazioni continue che il poeta fa e che non possono essere tradotte in italiano se non reinventando le parole. Keats ha una sonorità meravigliosa in inglese ma finora nessuno si è cimentato in italiano. Le loro opere sono state spesso fraintese come prototipi di un romanticismo smielato e conservativo proprio perché le retoriche traduzioni ottocentesche confermavano sbagliando questa ipotesi. In patria i tre poeti sono molto amati a livello scolastico e quindi ‘odiati’ in seguito come tutto quello che di obbligatorio viene insegnato a scuola. Occorre una rivisitazione moderna dei tre sia in patria che all’estero, credo.

Un’ultima domanda: il suo libro si rivolge ad un pubblico di specialisti?
Il mio libro può essere letto da un profano così come da uno specialista. Ci sono parecchi fatti e avvenimenti mai riportati nelle biografie o nei saggi scritti in italiano.