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“Avrei voluto scrivere QUALSIASI libro di Simenon”. Intervista a Marco Proietti Mancini

Molti tra gli autori della letteratura italiana contemporanea non sono stati letterati in senso stretto: Sbàrbaro, Primo Levi, Gadda, Volponi erano scienziati o tecnici, eppure sono stati tra i più grandi poeti e narratori del secolo scorso. Come loro, anche Marco Proietti Mancini non ha una formazione da letterato: come hai scoperto la tua inclinazione per la narrativa?
Semplicemente scrivendo e mettendomi alla prova, esponendomi, rischiando il giudizio degli altri. Intendiamoci, avrei continuato a scrivere in ogni caso, anche se avessi ricevuto solo giudizi negativi, perché – per parafrasare il Tony Manero di “Staying Alive” che definisce sé stesso “un ballerino naturale” – io mi considero uno “scrittore naturale”. Scrivo per pulsione e vocazione, avrei scritto comunque, per me stesso e per dare sfogo a quello che sentivo dentro. Non ho una formazione specifica, non ho fatto studi classici, umanistici, non svolgo una professione attinente alla letteratura. Ma ho affinato e perfezionato l’umiltà di ascoltare le critiche, nulla insegna più di questo.

Per uno scrittore esordiente una delle maggiori difficoltà è trovare un editore che creda nelle sue opere e sia disposto a scommettere sul loro valore: in questo senso, hai incontrato molti ostacoli all’inizio? Qual è stato il tuo percorso editoriale?
Ostacoli non direi. Se non quelli che si deve essere disposti ad accettare come le inevitabili cadute, gli scivoloni causati da inesperienza, le delusioni provocate dall’ingenuità con cui inizi a rapportarti con un mondo non sempre pulitissimo. Però se ti fermi per queste cose, allora vuol dire che la passione non era tanto grande da farti andare avanti. Forse la mia fortuna è stato iniziare la professione editoriale in età avanzata, col disincanto e il disinteresse che ti spingono a pensare “in fondo cosa cambia, se non riesco?”. Comunque, come già accennato, ho iniziato ad espormi con le cose che pubblicavo in rete, posso dire che non sono io che ho cercato i miei primi editori, ma ci siamo incontrati a metà strada. Io ci ho messo la mia passione e la mia voglia di raccontare, loro la professionalità e le risorse per far diventare libri le mie storie.

Tra le tue opere spicca una serie di romanzi che raccontano le vicende, sia pure trasfigurate in chiave artistica, delle radici sublacensi della tua famiglia. Il successo dei tuoi libri ti ha dato ragione, ma non è stato rischioso offrire al pubblico le storie di famiglia?
Sono storie di famiglia in minima parte. C’è pochissimo di fatti reali e quelli che pure ci sono, non sono altro che episodi minimi. Sono partito dai nomi e dalla struttura della mia famiglia per rappresentare periodi storici molto più vasti, narrandoli con il punto di osservazione della gente del popolo. Le due grandi guerre, il fascismo, il passaggio dal piccolo paese alla grande città, le trasformazioni dell’Italia, dall’agricoltura all’industria, dai cavalli alle automobili. Cos’è stato il bombardamento di San Lorenzo, per una madre che l’ha vissuto con una bambina di tre anni stretta al petto, riparandosi sotto a un letto? Cos’è stata la battaglia di El Alamein, per un soldato in trincea?

La saga incominciata con “Da parte di padre” è destinata ad avere una nuova puntata?
La “nuova puntata” già c’è, va dal 1950 al 1961, dalla ricostruzione alle Olimpiadi di Roma, dalla fame al boom. Ho provato – ancora una volta – a raccontare una trasformazione popolare. Il romanzo è terminato e in cerca di una collocazione che possa donargli quel qualcosa in più che – editorialmente parlando – fa la differenza.

Di questi tempi le trame della fiction cinematografica e letteraria sono spesso imperniate intorno a personaggi o situazioni estreme, spesso devianti, che dagli autori sono lasciati reagire all’interno di contesti semplici e quotidiani. Gli intrecci narrativi in questo modo scaturiscono quasi spontaneamente. Tu invece hai scelto una strada diversa: personaggi normali in situazioni normali. Perché ai lettori piace tanto la normalità dei tuoi racconti?
Per il motivo credo più semplice del mondo. La possibilità di riconoscersi nei personaggi, nella storia. La cosa più bella non me l’hanno detta i grandi critici, ma i lettori che mi hanno scritto o detto, durante qualche incontro “ha dato voce alla storia di mio padre, mio nonno, mia madre”. Questo a conferma che non ho scritto la “storia della mia famiglia”, ma la storia di tante famiglie.

Qual è un elemento che secondo te non deve mai mancare dentro una narrazione?
Mi devo ripetere. La verosimiglianza che diventa vero. La riconoscibilità. Parlando in termini stilistici, la semplicità del linguaggio, che non vuol dire banalità, ma comprensibilità di quello che si racconta. Io amo pensare che i miei romanzi – non solo quelli storici – possano essere letti e possano piacere alla maggior parte delle persone. Dallo studente al pensionato, dall’operaio allo scienziato. Trasmissione di emozioni, non esibizione di sintassi complicate.

Quali sono gli autori del passato che per te rappresentano modelli a cui ispirarsi?
Guareschi, Pirandello, Silone, Pratolini, Verga, Cassola, Fenoglio, Moravia, Simenon. Bastano?

E tra gli autori contemporanei chi consideri un punto di riferimento?
Eh. Domanda pericolosissima. Per citare autori famosi; Carofiglio, Paolin, De Luca, Abbadessa, de Giovanni (che ha portato il romanzo “giallo” ad essere assimilabile alla letteratura “alta”). Ma io amo anche citare autori che non hanno la visibilità che meritano, nonostante una bravura assoluta; Eva Clesis, Luca Ragagnin (recentissima scoperta), il giovane Dario Levantino che ho scoperto lo scorso anno, il duo tutto femminile Costantini&Falcone. Mi devo fermare per non riempire la pagina di nomi.

Qual è il libro non tuo che ti piacerebbe aver scritto?
QUALSIASI (tutto maiuscolo non casuale) libro di Geoges Simenon.

In un periodo come il nostro in cui è pubblicato un numero enorme di nuovi titoli ogni settimana, quale pensi debba essere il senso autentico della narrativa e lo scopo ultimo del raccontare?
Sono due cose solo apparentemente antitetiche; divertire e far pensare. Un’opera narrativa può avere senso anche avendo una sola delle due cose, ma se le ha entrambe, allora è una storia da conservare. Se non ha nessuna delle due è solo carta stampata.

Dove trovi le tue principali fonti di ispirazione?
Risponderò con una banalità. Dalla strada. Prima o poi troverò qualcuno che mi picchierà perché lo sto fissando (a mia discolpa, non lo fisso intenzionalmente. È solo la seduzione di osservare le persone e quello che fanno).

Qual è il progetto letterario per il futuro a cui prima o poi troverai il tempo per dedicarti?
Due romanzi terminati e in fase di collocazione, una raccolta di racconti – “Non serve nascondersi” in uscita il 7 maggio per “Miraggi Edizioni” – sul tema della diversità, giusto per raccontare storie che dimostrano che non esiste diversità, siamo tutti diversi da qualcuno, da qualcosa, da un modello, un romanzo in formazione sulla storia di una donna (dai, dopo tante storie al maschile, ci vuole la scommessa di mettermi nei panni di una donna!). Non mi serve altro tempo, mi servirebbe un’altra vita. Ma a me piace e basta la mia.

Come nasce la collaborazione con il Premio Letterario Nazionale “Subiaco Città del Libro”?
Per quanto mi riguarda, nel modo meno letterario e più naturale possibile. Subiaco è la mia storia, le mie origini e le radici. Non ci sono nato, ma posso dire di essere cresciuto metà a Roma e metà a Subiaco e di ritrovarmi in ogni singolo sasso delle sue case e dei suoi vicoli, nella faccia della gente e nel dialetto. Camminare per Subiaco – senza nessuna retorica o volontà di poetizzare – per me è fare un viaggio nel tempo che mi porta indietro a prima della mia nascita. Riconosco gli odori, i colori, tutto dell’aria, delle cose e delle persone. Quindi quando gli amici di sempre mi hanno proposto di portare la mia esperienza e le mie idee nel premio, ho accettato incondizionatamente. Vorrei che Subiaco tornasse a essere il polo – culturale ed artistico – che è stato per tanti anni. Due cinema, un teatro, rappresentazioni affollatissime con Giuseppe Pambieri, Silvio Spaccesi, Enzo Cerusico, concerti della Premiata Forneria Marconi, un cartellone estivo (e non solo) da fare invidia a città molto più grandi. Vorrei portare a Subiaco i nomi degli autori che ho citato per vedere sale e piazze affollate di persone che vengono a confrontarsi con gli scrittori, vorrei che a Subiaco aprisse una libreria, indipendente e piena di titoli ed iniziative. Forse, più che “come nasce” vorrei che la domanda fosse stata “cosa vorresti, per questa manifestazione”?