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“Ho scritto questo romanzo in Repubblica Ceca”. Intervista a Dario Levantino

Il 2018 è stato un anno speciale per Dario Levantino e il suo primo libro, Di niente e di nessuno (Fazi Editore). Il romanzo ha vinto il nostro Premio “Subiaco Città del Libro” nella scorsa edizione e, da allora, continua a raccogliere premi e consensi. Nato a Palermo nel 1986, Dario Levantino si divide tra la passione per la scrittura e il lavoro di insegnante di italiano e storia in un liceo di Monza.

Il 2018 è stato un anno speciale per te. La pubblicazione del tuo primo romanzo e il suo successo ti hanno portato a viaggiare, fare nuovi incontri, vincere premi. Quanto è cambiata la tua vita?
Poco e tanto.
Poco. Il perno della mia vita è rimasta la scuola, che scandisce la mia vita (il mio capodanno è a settembre, con l’inizio delle lezioni) e dà un senso alle mie giornate. Sarà un’idea di scuola romantica – lo ammetto – ma mi piace pensare all’insegnamento come ad una missione sociale.
Tanto. Sto viaggiando da nord a sud ininterrottamente: ho conosciuto persone belle e mi sono misurato con una platea di appassionati di letteratura che mi ha sempre accolto. Sono cose che fanno bene al cuore e che un po’ te lo cambiano.

Qual è l’aspetto più gratificante del mestiere di scrittore? Quanto è difficile conciliarlo con una professione tanto impegnativa come quella dell’insegnante?
C’era qualcuno – non ricordo chi – che diceva “Trova il mestiere che ami fare e non lavorerai un solo giorno”. Così è per me.
Mestiere? Ma io non faccio alcuna fatica, anzi mi diverto, sia ad insegnare che a scribacchiare.
L’aspetto più gratificante? Le manifestazioni d’affetto dei lettori, che ti ringraziano per averli fatti emozionare. Tra questi non dimenticherò mai una nonnina che durante una presentazione non mi voleva mollare più perché, anche lei siciliana, grazie a Di niente e di nessuno aveva rivissuto la sua adolescenza.

Come sei arrivato a scrivere e pubblicare Di niente e di nessuno?
Ho scritto questo romanzo cinque anni fa, quando il Miur mi aveva spedito a insegnare niente popò di meno che in Repubblica Ceca. Mi mancava la mia famiglia, mi mancava mio papà: ho scritto una storia il cui protagonista si chiamava Rosario, come lui!
Come mi era capitato con altri lavori, l’ho lasciato svernare nel cassetto del comodino. Quando l’ho ripreso in mano – meno coinvolto, certo, ma anche immemore della trama – mi era piaciuto tantissimo e decisi di spedirlo alla Fazi (capito?, volavo in alto io, mica mi accontentavo del piccolo editore).
Un due tre stella e cosa succede? La Fazi mi risponde tutta entusiasta. Un anno dopo il romanzo era sugli scaffali delle librerie.

Quali sono state le letture e gli autori fondamentali nel tuo percorso di avvicinamento alla scrittura?
Io sono un lettore: paranoico, incostante, schizzinoso e onnivoro.
Porto a termine un romanzo su quattro. Gli altri tre li mordicchio fino a pagina 50 e se li abbandono un motivo ci sarà.
Fra i libri più belli che io abbia mai letto, compaiono: Cecità di Saramago, Due di due di Andrea De Carlo, La noia di Moravia, Il tempo materiale di Giorgio Vasta, La vita davanti a sé di Romain Gary.

Proviamo a tornare alle origini. Ci racconti com’era il piccolo Dario che viveva a Palermo? Cosa sognava di diventare?
Io da ragazzino, cresciuto per strada e col pallone sotto il braccio, sognavo di essere un calciatore.
Quando ho capito che si trattava di un sogno irrealizzabile sono diventato adolescente.
In questa fase delicata, in ordine cronologico, ho sognato di diventare: chitarrista di un gruppo punk, inviato dell’Onu per i diritti umani, trombonista jazz, regista alla Sorrentino (che a quei tempi girava “Le conseguenze dell’amore”). Erano tutti movimenti tettonici che mi portavano sulla mia strada, quella della scuola, da cui, sin da adolescente, non ho più voluto allontanarmi.

Quanto del Dario ragazzino c’è in Rosario, il protagonista del tuo romanzo, che ha 15 anni, cresce a Brancaccio, frequenta il liceo scientifico, è innamorato della mitologia greca e fa il portiere nella squadra di calcio del quartiere?
Quando si scrive si fa sempre un mix di vicende immaginate, orizzonti sognati e pagine di vita vissute. Rosario non è me, ma ha molto di me ragazzino. Parla, sogna e immagina come parlavo, sognavo e immaginavo io. È questo il nostro cordone ombelicale. Ma non è l’unico: c’è giustamente la mitologia, che mi ha sempre incuriosito; c’è l’ipocrisia del miglior liceo di Palermo che ho vissuto sulle mie spalle; c’è il calcio; e, non per ultimo, c’è Brancaccio, dove da piccolo giocavo.

Brancaccio è un quartiere tristemente famoso di Palermo. Molte periferie urbane sono divenute luoghi familiari a molti, grazie a romanzi, film e serie TV di successo. Pensiamo a Romanzo Criminale e Suburra di Giancarlo De Cataldo, Gomorra di Roberto Saviano o Acciaio di Silvia Avallone. Cosa ti ha spinto a scegliere un quartiere come Brancaccio come luogo della tua storia e ti piacerebbe che il tuo romanzo fosse adattato per il piccolo o il grande schermo?
Ho ambientato il romanzo a Brancaccio per tanti motivo. Il primo: è un posto degradato su cui volevo accendere i riflettori perché di periferie si parlasse. Il secondo: ci sono cresciuto e conosco le vie a memoria. Il terzo: è un quartiere molto suggestivo perché è bello e brutto allo stesso momento. È brutto perché palazzoni, edifici abbandonati, spaccio di droga, prostituzione, spazzatura e violenza la fanno da padrone; è bello perché di fronte questo degrado si distende, calmo e pieno di speranza, il mare, e per me questa commistione di bello e brutto è romantica.

Nella vita di Rosario, le radici e il passato, sia personale (la figura del nonno) che dell’intera umanità (la mitologia), sono fondamentali per affrontare senza paura il presente e sperare nel futuro. Come si può combattere la tendenza degli ultimi decenni a screditare e sminuire il valore dello studio della storia, delle letterature o delle lingue antiche? Lo chiediamo al Dario scrittore ma, soprattutto, al professore: si può rinunciare alle proprie radici?
È una deriva che conosco e contro cui mi batto. L’unica cura soni gli insegnanti, quelli appassionati che sanno comunicare e mostrare ai ragazzi che dietro ogni parola si cela una storia, e che la storia non è quella delle grandi dinastie (che danno noia persino a me, che ragazzino non sono più) ma quella degli aneddoti e dei piccoli grandi personaggi. Io dico che se tutto questo glielo sai comunicare, non tutto è perduto.

Rosario cresce con una mamma che ama profondamente, ma che ci descrive come una donna docile, passiva e piena di rimpianti. C’è poi il papà assente, distante, non certo un modello di virtù. Vivendo in un quartiere feroce e spietato, cosa salva Rosario da un destino che sembra segnato?
Lo salva un’etica semplificatoria che lo aiuta a capire cosa è giusto e cos’è sbagliato. Questa morale fortissima la apprende dalla mitologia, dalla madre, dal quartiere e non per ultimo dai personaggi negativi con cui si misura e che gli mostrano una cosa preziosissima: cioè che non deve essere.

Rosario, un po’ come te, dovrà lasciare Palermo per trovare la sua strada? E a te manca la tua città? Ci torneresti?
Io ci tornerò, questo è certo. Ho un debito con la mia città e da grande voglio contribuire alla sua rinascita, che in parte sta già vivendo. Che ne sarà di Rosario? Non ve lo dico, leggete il sequel che uscirà entro questo anno.

Siamo alle ultime due domande. La prima è: come deve essere un libro per piacere al Dario lettore?
La prosa non deve essere retorica, non voglio leggere paroloni presuntuosi, i personaggi non devono piangersi addosso, i dialoghi devono essere belli, alla fine del libro devo stare male (di bellezza).

Ovviamente, la domanda finale riguarda la scrittura. A cosa stai lavorando? Come sarà il tuo prossimo libro?
Il prossimo libro è già nelle officine della Fazi ed esce fra pochi mesi. Di che parla? Ancora di Rosario, lo stesso personaggio di Di niente e di nessuno.
E poi sto lavorando anche ad altro, ma non parlo nemmeno sotto tortura. Sono come le galline chiocce, che si nascondono le uova e le covano in tutta segretezza!