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Recensione di “Gli 80 di Camporammaglia” di Valerio Valentini

La nostra recensione di

“Gli 80 di Camporammaglia” di Valerio Valentini

Laterza

A scuola si insegna che la sintassi è un efficace strumento per mettere ordine nei pensieri e far sì che essi fluiscano coerenti e consequenziali, secondo precisi e codificati criteri gerarchici.
E mettere ordine nei pensieri significa esercitare (o cercare di esercitare) un controllo sulla realtà, in una ricerca di senso che scongiuri (o cerchi di scongiurare) il rischio di restare smarriti e storditi dinanzi alla imprevedibilità e alla provvisorietà del vivere quotidiano.

Valerio Valentini lo sa bene: mantiene costantemente “studiata” la sua scrittura, costruendo periodi ampi e articolati, sempre rigorosamente strutturati, in cui, tra incisi e divagazioni, corrispondenze sottili e accumuli di particolari, convivono senza stridere lingua alta e dialetto, espressioni colloquiali e termini ricercati.
Lo sa bene, ma non ci crede fino in fondo.
Così le righe conclusive del romanzo non hanno lo stesso equilibrio ricercato e solido che a partire dall’incipit aveva caratterizzato la narrazione e che sembrava esprimere la fiducia nella possibilità di “com-prendere” la realtà: in esse solo una domanda dimessa e senza contrappesi, che poi della domanda ha solo l’apparenza, essendo, in realtà, la costatazione amara che l’unica facoltà di cui si dispone sia quella di rendere un po’ meno brutta la vita, magari anche solo organizzando una festa patronale ormai vuota di senso.
Ecco.

Camporammaglia è una manciata di case intorno ad un’aia in uno sperduto angolo dell’entroterra abruzzese. E ha la sua festa patronale: a regolarla è un rituale antico, espressione dei valori condivisi che costituiscono il tessuto connettivo di una comunità di appena ottanta persone.
Per i più giovani essere finalmente ammessi a partecipare ad alcuni momenti della festa rappresenta una sorta di rito di iniziazione, segna il passaggio ad un’altra fase dell’esistenza.
Certo, dai primi anni Cinquanta in poi, per quanto a rilento e in forme ridotte e diluite, la modernità arriva anche a Camporammaglia, ma la piccola comunità sa metabolizzare le novità che introduce e i cambiamenti che determina, compresi quelli che riguardano i tempi e le modalità di svolgimento della festa patronale, e la quotidianità continua a scorrere quieta e anacronistica.

Poi arriva il 2009. Il sei aprile del 2009, per essere precisi.

Nonostante la vicinanza all’epicentro, a Camporammaglia non ci sono vittime e i danni materiali non sono rilevanti. Che possano e debbano ritenersi dei privilegiati, però, i suoi abitanti stentano a crederlo e non ci riescono del tutto neppure quando, col passere delle ore e dei giorni, giungono loro notizie sempre più drammaticamente dettagliate che danno conto della lunga scia di morte e distruzione lasciata dal terremoto.
E se ne stanno lì, a fare i conti prima con la paura provata e poi con la precarietà nuova della loro condizione: non hanno perso la casa, ma nemmeno ce l’hanno più, perché non si sa se e quando potranno di nuovo entrarvi, devono ri-organizzare i loro giorni, ri-pensare i loro gesti più quotidiani, ri-misurare i loro passi, ri-calcolare le distanze, ri-disegnare un futuro possibile. Sono vivi, comunque, e ce l’hanno nel sangue, trasmessa dal millenario isolamento della loro povera terra, gli anticorpi che hanno permesso alle generazioni che li hanno preceduti di sopravvivere agli attacchi della sorte, primi fra tutti, l’attenzione a mantenere ben saldi i legami all’interno della propria comunità e l’indifferenza al resto del mondo.

Però.
Però non si lascia imbrigliare, la vita: provvisori e transitori, quando non fallimentari, sono tutti i tentativi di comprenderne i meccanismi e di mettere a punto efficaci strategie di sopravvivenza.

Così accade che gli ottanta di Camporammaglia facciano affidamento sui loro anticorpi per andare avanti, senza accorgersi che in realtà non li hanno più, perché il terremoto li ha distrutti.
E il tessuto connettivo che fino al 6 aprile 2009 li ha tenuti uniti finisce con l’assottigliarsi ogni giorno un po’ di più, fino a sfaldarsi del tutto.

Sei anni dopo, nel 2015, i giovani di Camporammaglia organizzano la prima festa patronale del dopo terremoto. Lo sanno che non ci sono più i presupposti che un tempo le davano senso, però vanno avanti lo stesso: non perché abbiano nostalgia del passato o si illudano di farlo rivivere, ma semplicemente perché, come dice Alessio proprio nella riga conclusiva del romanzo “se la festa non ci fosse, non sarebbe, comunque, tutto un po’ più brutto?”.

Maria Vittoria Lollobrigida