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Recensione di “Disturbi di luminosità” di Ilaria Palomba

La nostra recensione di

“Disturbi di luminosità” di Ilaria Palomba

Alberto Gaffi Editore

Rompe qualsiasi patto narrativo, Disturbi di luminosità. E lo fa prima ancora che esso possa essere stipulato. L’avvertenza posta in apertura, infatti, sembra voler sfidare il lettore, più che invitarlo, ad entrare nelle pagine; e in quel lasciarlo libero di scegliere se affrontare l’impresa è possibile cogliere l’intento provocatorio di abbandonarlo a se stesso e di metterlo alla prova, come a dirgli: vediamo di cosa sei capace, tu che affidi i tuoi giorni, e magari pure la tua felicità, alle effimere certezze della normalità, se ti trovi a fare i conti con le alterazioni di una mente disturbata e devastata che ha visto saltare una dopo l’altra tutte le categorie logiche e che non sa neppure più distinguere la realtà dalla fantasia, l’incubo dal ricordo; vediamo se ci riesci a sostenere la vista del baratro di orrore che appare dai bordi delle ferite-feritoie di un animo violato.

Rompere il patto narrativo significa innanzitutto negare al lettore di potersi immedesimare nella vicenda. E per riuscirci a pieno Ilaria Palombo la vicenda la elimina proprio: la pagina diventa il luogo in cui tutto si fonde e confonde, e il lettore vi si muove con disagio e sgomento estremo, tra pronomi e nomi che celano, anziché rivelare, l’identità di quanti abitano la mente della voce senza nome che racconta se stessa da una prospettiva (sempre) deformata e deformante.

Vorrebbe capirci qualcosa, il lettore, avere idea di cosa succeda o sia successo, ricevere un aiuto che gli permetta di orientarsi; altrimenti tanto vale lasciar perdere e abbandonare l’impresa. Così si guarda intorno e finisce col trovarlo, l’aiuto che desiderava: non dentro la narrazione, ma accanto ad essa, nella seconda di copertina, dove l’autrice, che evidentemente aveva messo in conto tutto, ha voluto (o lasciato) che comparissero degli indizi chiarificatori.

Lì per lì lo rassicura trovare almeno il bandolo di una matassa che comunque resta ingarbugliata e che sembra aggrovigliata su se stessa, intorno ad un unico inestricabile nodo. Alla fine però nella sua mente si accende una scintilla e gli indizi chiarificatori di cui prima aveva sentito tanto la necessità gli appaiono inutili: se Disturbi di luminosità parte dal presupposto che a contare veramente non siano i fatti in sé ma gli effetti che essi producono nella mente di chi li vive o subisce, è vuota di senso la pretesa di conoscere cosa realmente accada o sia accaduto.

E se gli effetti sono così devastanti da vanificare addirittura ogni tentativo di ricondurre a una qualche logica il loro manifestarsi, risulta funzionale sottrarre al lettore gli elementi che gli permetterebbero di immedesimarsi: perché immedesimarsi implica comprendere, mentre ci sono cose che non si possono comprendere.

Nel romanzo la narrazione si presenta sotto forma di flusso di coscienza e può contare su una scrittura rigorosa, lucida e duttile, in grado di restituire tutto intero l’affanno di una mente disturbata.

Maria Vittoria Lollobrigida