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Recensione di “Addio fantasmi” di Nadia Terranova

La nostra recensione di

“Addio Fantasmi” di Nadia Terranova

Einaudi

Il tempo è, per definizione, la percezione del cambiamento.
E l’orologio è lo strumento che lo misura, che ne scandisce il trascorrere.
Se un orologio si ferma, si smarrisce la percezione del cambiamento.

Ecco, in Addio fantasmi, c’è un orologio che, dopo essere rimasto fermo alle sei e sedici per ventitré anni, riprende a camminare: e Ida torna a percepire il cambiamento, non solo nel suo presente, di cui finalmente si riappropria, ma anche nel suo passato, che non c’è più, e nel suo futuro, che non è dato dire come sarà e se ci sarà.

È dopo una manciata di giorni trascorsi con la madre nella sua casa natale a Messina, mentre attraversa lo stretto per rientrare a Roma, dove un’altra casa la attende, che se ne rende definitivamente conto. E allora lancia in acqua quella scatola di ferro rossa che le aveva restituito qualcosa di diverso da ciò che per ventitre anni aveva creduto di avervi deposto in un lontano giorno della sua infanzia, e poi si apre in una risata liberatoria: “Rido, e rido. Rido e finisce un’epoca nel rumore di un tuffo, nel mare che si apre e ingoia senza restituire. Rido e ancora rido, davanti a una tomba che so solo io; e il piccolo orologio al mio polso segna, finalmente, le sei e diciassette.”

Ventitré anni prima ha tredici anni, Ida. E perde il padre. Non muore: se ne va. Una mattina, dopo aver spento la sveglia puntata come sempre alle sei e sedici, esce di casa e sparisce, senza lasciare traccia di sé. L’assenza del padre diventa l’essenza della vita di Ida, il suo bozzolo; un bozzolo che però non promette metamorfosi e che la chiude in una dimensione in cui c’è posto solo per il suo, di dolore, che è unico ed esclusivo.

Ne risentirà il suo modo di essere figlia, amica, donna, moglie; e ne risentiranno, risultandone deformati, la percezione di sé e degli altri e anche i ricordi che con gli anni si depositeranno nella sua memoria, emergendone sotto forma di incubi e apparizioni ricorrenti.

Ida, però, non se ne rende conto fino in fondo; sa cosa ha sconvolto e stravolto la sua vita di bambina ma non sa cosa di preciso sia avvenuto in lei, pur conoscendone bene gli effetti: oltre agli incubi e alle apparizioni, quel malessere e quella insoddisfazione che sempre la accompagnano, ovunque sia e qualsiasi cosa faccia (o non faccia), e che guastano e lasciano incompiuti i suoi rapporti con gli altri, soprattutto quelli con la madre e col marito.

Poi, dopo ventitre anni, arriva quella manciata di giorni a Messina: come al solito, Ida torna malvolentieri nella sua città, stavolta per accontentare la madre, che vuole il suo aiuto per liberare la casa dalle cianfrusaglie accumulatesi negli anni e per provvedere, finalmente, alla sistemazione del tetto, in vista di una possibile vendita dell’immobile.

E Ida incontra Sara, che era stata la sua unica amica fin da prima della scomparsa del padre e che tale era rimasta anche dopo; da lei si era allontanata con grande sofferenza e, da quando si era trasferita a Roma, a lei aveva sempre pensato come alla sola con cui condividere ogni confidenza. Lo pensa anche ora che la vede, ma è spiazzata dal suo comportamento: Sara non la evita ma non incoraggia “un riavvicinamento, neppure per celebrare il passato”. E Ida vorrebbe tapparsi le orecchie quando alla fine Sara, messa alle strette, le dice: “Non esisti solo tu al mondo (…) Questo avrei voluto dirti e te lo dico ora: non ti sei mai aperta, so che era difficile, voglio dire la storia di tuo padre e il resto. Ma anche io avevo i miei problemi (…). Ti volevo bene e te ne voglio ancora, ma nella nostra amicizia c’eri solo tu. Esiste anche il dolore degli altri, Ida.”

Anche altre onde d’urto, in quei giorni, si abbattono sulle pareti del bozzolo di Ida, mettendone alla prova la resistenza, ma sono ancora deboli: producono l’unico effetto di introdurre qualche elemento di novità nelle insonnie visionarie di Ida.
Il colpo decisivo lo assesterà Nikos, un ragazzo di appena venti anni che Ida ha occasione di conoscere solo perché è lui che, col padre, si occuperà della sistemazione del tetto.
Si toglie la vita, Nikos. Si tira fuori dal tempo, imprimendogli una brusca e definitiva interruzione. Nella incredulità di tutti.

La sera prima, senza peraltro lasciar trapelare assolutamente nulla delle sue intenzioni, col pretesto di spiegarle l’origine della cicatrice che porta sullo zigomo sinistro, che l’aveva incuriosita, racconta ad Ida la storia terribile che due anni prima ha stravolto la sua vita. E lo fa con una semplicità che è disarmante. Sono dei perfetti estranei, lui ed Ida, e non hanno niente in comune, ma Nikos sa che gli sconosciuti sono “gli unici a cui si possono raccontare le cose.”

Così Ida avrebbe poi ricordato quella sera: “Parlavamo seduti vicini, senza guardarci, fissando tutti e due le creature davanti a noi.” Quando torna a casa, Ida è stanca; la sua “testa avrebbe bisogno di riposare”, ma “dormire non si può” .
“Dormire non si può – si ripete con una consapevolezza nuova che la stordisce – perché ho perso tempo, prigioniera di me stessa e barricata nella paura. Sì, le mie ossessioni, sì, la sveglia ferma alle sei e sedici (…), sì, va bene: ma mentre mio padre andava in scena per me, altrove agiva altro dolore, tutto in contemporanea, il male non smette di esistere mentre siamo occupati a pensare a noi; la gente muore, si ammala, soffre, si cerca, ti cerca, non trova. Dormire non si può.”

La mattina dopo, la terribile notizia della morte di Nikos. In realtà Nikos era caduto fuori del tempo già prima di togliersi la vita: dal giorno della tragica perdita della sua Anna – che poi, in realtà, proprio sua non era, visto che era la ragazza di un suo amico – non aveva fatto altro che ri-vedere (e proprio con il supplemento di senso di quel trattino che spezza il termine rivedere) i suoi ultimi momenti con lei e immaginarne di futuri sulla scorta di una serie di ipotesi improbabili, fondate sulla distorsione più che sulla comprensione di quanto realmente accaduto. Ed era quindi entrato in una dimensione di dolore che lo teneva sospeso e fermo, fuori dal tempo del presente ma anche da quello del passato.

Ida partecipa alla cerimonia funebre insieme alla madre: finalmente condividono un funerale, finalmente possono dare insieme il saluto definitivo a qualcuno: “per mezzo di un ragazzo salutiamo anche quell’altro che un tempo è stato ragazzo; ma di mio padre non c’è traccia in chiesa né fuori (…) Mio padre si è messo da parte: non è lui che piangiamo oggi, semmai piangiamo il non averlo pianto e rubiamo un pezzo di dolore estraneo, goffe nei nostri vestiti scuri.”

Mentre attraversa lo stretto per rientrare a Roma, dove un’altra casa la attende, poco prima di compiere il rito di gettare in acqua quella sua scatola di ferro rossa, Ida osserva gli estranei che sono intorno a lei e li vede “per quello che sono, un gruppo di sopravvissuti ciascuno alla propria battaglia”. E sa di esserci anche lei, in quel gruppo

Basterebbero le prime diciassette righe di Addio fantasmi per pensare che sì, è proprio vero: scrivere è prendersi cura delle parole. Anzi, per pensarlo, basterebbe addirittura una sola frase, di quelle diciassette righe iniziali: “Sì, sapevo che il tetto crollava (…) ma non ne ero in alcun modo responsabile, non si ha colpa per le cose che non vogliamo ereditare e che abbiamo già ripudiato.”

Dall’incipit del romanzo appare subito evidente, infatti, che mai per Nadia Terranova una parola vale l’altra: alla scelta dell’una o dell’altra dedica sempre attenzione e cura estreme, perché, in quella particolarissima forma di comunicazione che è la letteratura, ciascuna parola, per quello che è in sé e per sé e per quello che di volta in volta diventa combinandosi ad altre, ha il compito di definire con nitidezza e nello stesso tempo sfumare i contorni e alludere ad altro, di portare alla luce e nello stesso tempo nascondere e sottintendere.

E se poi, dopo essere giunti alla conclusione del romanzo, si tornasse alla singola frase estrapolata dall’incipit, si scoprirebbe quanto altro ancora dica ed evochi insieme. Ad una scrittura attenta e accurata non può che corrispondere una lettura attenta e accurata.
Tanto più che Addio fantasmi si caratterizza per la complessità: dei fatti che racconta e della loro organizzazione narrativa; dei temi che affronta e degli interrogativi che solleva, che continuano a vivere anche fuori dalle pagine in cui nascono; dell’impianto linguistico-espressivo e della trame ritmiche che lo attraversano mutandone continuamente l’andamento.

Se ne potrebbe dire molto. Anche a parlarne per ore, però, non sarebbe mai sventato del tutto il pericolo della incompiutezza e della provvisorietà. La cosa migliore è lasciare che a parlare sia il romanzo stesso, nel dialogo che di volta in volta avvierà con i singoli lettori.

Maria Vittoria Lollobrigida