EUCOOKIELAW_BANNER_TITLE

a-subiaco-sono-legati-alcuni-dei-miei-piu-teneri-ricordi-dinfanzia-intervista-a-emanuela-abbadessa-fieramente-il-libro

“A Subiaco sono legati alcuni dei miei più teneri ricordi d’infanzia”. Intervista a Emanuela Abbadessa

Semplice non vuol dire facile. Quindi – scherzosamente s’intende – la prima domanda è semplice: chi è Emanuela Ersilia Abbadessa?
Sono nata a Catania quasi 55 anni fa da due genitori meravigliosi ai quali devo tutto ciò che sono. Nonostante loro, il mio cammino è spesso stato in salita ma, per fortuna, lungo la strada, ho incontrato persone che hanno visto in me qualcosa che poteva dare frutto. Così è avvenuto per la scrittura. Per quanto avessi sempre lavorato con la penna (sui giornali, con la saggistica del mio ambito, cioè la musicologia), non avevo mai pensato di scrivere un romanzo e, se non fosse stato per Mario Baudino, amico e mentore, non sarei arrivata dove sono.

Qual è il ruolo della letteratura nella tua vita?
Mi piace pensare di essere una persona che ha sempre cercato nei libri non soltanto le risposte ma anche le domande. Dunque, il ruolo della letteratura per me è sempre stato fondamentale.

Quali sono stati/sono i tuoi maestri?
Moltissimi. Se restiamo in ambito letterario, non potendo citare centinaia di nomi, mi limiterò a tre. Tra i grandi del passato, a bruciapelo, Manzoni, Flaubert e Hugo. Tra i moderni, Joyce Carol Oates, William Somerset Maugham e Muriel Spark.

È appena uscito il tuo ultimo libro. Ti va di parlarne?
Certo! È un romanzo a cui tengo moltissimo per varie ragioni. Come prima cosa, in questo libro ho proseguito il mio percorso di analisi del rapporto vittima/carnefice. In Capo Scirocco lo avevo visto all’interno della coppia; in Fiammetta, nell’ambito familiare, in È da lì che viene la luce, mi sono aperta alla società. Ho scelto di ispirarmi alla figura di un fotografo che ho sempre amato molto, Wilhelm von Glöden, pioniere del nudo maschile che passò buona parte della sua vita a Taormina. Ma siccome la mia è stata appunto semplicemente un’ispirazione, ho collocato la vicenda nel Ventennio fascista e non nel periodo in cui il barone tedesco realmente visse. Sul piano musicale, il Ventennio è il mio ambito di specializzazione, ma mi interessava particolarmente per l’analisi delle libertà personali. Standomi molto a cuore il problema delle discriminazioni, ho immaginato quattro personaggi che, per ragioni diverse, non hanno ancora sviluppato pienamente la loro identità sessuale e sono costretti a farlo proprio in un momento storico in cui i modelli sessuali di riferimento sono il macismo da una parte e la fattrice dall’altra.

Quando hai iniziato a scrivere e qual è stato l’impulso principale per cui hai scelto di farlo come professione?
Quando iniziai non pensai che sarebbe diventato il mio lavoro. Cominciai per solitudine, per tenermi compagnia con i personaggi che inventavo.

Quali sono le sensazioni interiori, le emozioni e le percezioni del mondo esterno che hai, mentre stai scrivendo?
Quando scrivo mi isolo quasi del tutto. Resto chiusa in casa anche per mesi, vivendo soltanto la vita dei miei personaggi. Mi fa stare bene e me li rende familiari. Sono loro e non il mondo a emozionarmi in questo caso. Riesco addirittura a piangere mentre scrivo, se succede loro qualcosa di terribile.

Qual è il momento più difficile, nel percorso di nascita e sviluppo di una storia? Dall’idea, lo spunto originario fino alla scelta del titolo, quali sono le fasi e come le vivi?
Quando mi siedo a scrivere ho già tutto in mente e mi occorre soltanto il tempo materiale per mettere le parole una dopo l’altra. Per me la parte più difficile viene a romanzo finito e, addirittura, a romanzo pubblicato, quando esco dalla mia confort zone e incontro i lettori. È una cosa che da una parte mi piace moltissimo perché è per loro che scrivo ma, dall’altra, mi impegna e non solo sul piano fisico: il confronto continuo è fonte di domande, è un mettermi alla prova. E guardarsi dentro non è mai operazione del tutto indolore.

Mentre stai scrivendo, pensi mai a chi leggerà il tuo libro? Pensi di rivolgerti a un tipo o a più tipi particolari di lettore?
Ci penso ma non troppo. Direi che penso più ai personaggi, a loro vanno tutte le mie attenzioni perché se saprò renderli al meglio, saranno loro a occuparsi dei lettori. Io mi limito a raccontare le loro storie.

Che rapporto hai con il mondo editoriale, ci sono ruoli e professioni alle quali ti senti più vicina oppure, al contrario, con cui hai meno affinità e sintonia?
Ottimo! Ho grande stima per chi lavora nell’ambito dell’editoria: si tratta di una filiera di professionalità molto specifiche davanti alle quali non posso che chinare la testa e rimettermi al loro giudizio. Mi trovo bene con tutti e in Piemme (la casa editrice del mio nuovo romanzo) ho trovato competenze, professionalità e affetto enormi. Credo siano determinanti tutti in egual misura a cominciare dall’editor (ruolo fondamentale) per finire ai distributori, passando per gli uffici stampa e i grafici. Ovviamente con qualcuno si stabiliscono rapporti di maggiore continuità e, prima di tutto, con l’agente letterario quando si sceglie di affidarsi a lui. Per me, ad esempio, Silvia Meucci, la mia agente è un faro!

Qual è secondo te il luogo ideale di confronto tra i protagonisti del mondo editoriale oggi?
Domanda molto difficile, non sono certa di essere in grado di rispondere. Spero possano esserlo le grandi kermesse letterarie come i saloni internazionali.

Raccontaci della tua esperienza in occasione della V edizione del Premio Letterario Subiaco Città del Libro che ti ha vista protagonista come finalista della sezione di Narrativa Edita.
Tocchi una nota davvero cruciale di questo mio percorso. Subiaco per me è, in qualche modo l’origine di tutto. Non solo è il luogo eletto per celebrare i libri dato che a Subiaco venne stampato per la prima volta in Italia un libro, ma anche perché il mio primo romanzo, Capo Scirocco, ha un protagonista nato proprio lì, Luigi. Il luogo non lo scelsi a caso: è la città natale dei miei bisnonni e di mia nonna materna e vi sono legati alcuni dei miei più teneri ricordi d’infanzia. In occasione del premio, sono stata accolta con un calore e una gioia enorme, mi sono sentita a casa. Sono stata felice di condividere l’esperienza con gli amici di Subiaco e con Fabio Stassi, con cui spesso ci siamo trovati testa a testa in competizioni letterarie e su questo ci troviamo a volte a scherzare.

La Sicilia, Roma e la stessa Subiaco, adesso Savona. Cosa ti ha portato a “migrare” nel senso più nobile del termine, attraverso l’Italia? E cosa hai preso e riportato nei tuoi romanzi, da ognuna delle città in cui hai vissuto?
Il lavoro, come avviene a molti altri: ci si sposta per trovare lavoro o per sperare di avere una condizione lavorativa più favorevole. Però di tutti i luoghi in cui ho vissuto serbo qualcosa di importante e tutto questo influisce molto sulla mia scrittura e entra a farne parte. Le architetture, soprattutto, le ambientazioni che, nel mio modo di costruire le trame sono sempre fondamentali.

Sei un’amante della parola come espressione del bello, un’esteta della forma scritta, questo risulta evidente leggendo i tuoi romanzi. Quanto ti costa la ricerca della parola perfetta, nella scrittura dei tuoi romanzi? Oppure quanto ti costerebbe accontentarti di parole meno belle?
Intanto ringrazio per queste parole che sono per me il più alto riconoscimento. Io amo la lingua italiana, in maniera profonda: mi riconosco italiana in quanto parlo l’italiano. Di rado fatico a trovare il termine giusto, di solito il mio idioma ricambia questo mio amore. Non mi accontento mai della parola più semplice, anche se a volte qualcuno mi ha detto di essere stato costretto a ricorrere al vocabolario durante la lettura. Non credo sia un fatto negativo, anzi, io stessa quando leggo amo imparare espressioni nuove e farle diventare parte del mio lessico.

I tuoi romanzi potrebbero essere considerati dei saggi storici per la minuziosità e la precisione con cui racconti e descrivi alcuni aspetti della vita dei protagonisti delle tue storie, la cultura dei tempi, la moda, le usanze, i riti quotidiani della società. Quanta ricerca c’è dietro e dentro le tue storie? Quali sono le tue fonti?
La mia ricerca è molto lunga e precede sempre il momento della stesura, quando scrivo, al massimo, ricontrollo qualcosa. Le fonti sono molteplici: la saggistica intanto, poi le fotografie e i documenti d’epoca, i dipinti e i romanzi editi nel periodo che scelgo di rappresentare. Per la fine dell’Ottocento (ambientazione dei miei primi due romanzi) mi furono di enorme aiuto i ricordi dei racconti di mia nonna che era nata nei primi del Novecento ma che aveva genitori nati appunto nell’Ottocento. Per il Ventennio fascista, oltre ai miei studi e all’enorme mole di pubblicazioni esistente, è stato più semplice: ho tempestato di telefonate i miei genitori che quegli anni li hanno vissuti.

La musica, l’attività editoriale sulle pagine di “Repubblica” e del “Secolo XIX”, quante anime hai, quante sfumature artistiche esprimi e come le incroci tra loro?
In fondo sempre la stessa: lavoro con la comunicazione e credo che si tatti sempre dello stesso lavoro declinato in sedi diverse.

Tre libri da leggere assolutamente secondo te?
Un’altra domanda difficilissima! È impossibile citarne soltanto tre ma faccio un tentativo evitando di tornare sugli autori che ho già ricordato, e aggiungo anche la motivazione delle mie scelte: Le avventure di Pinocchio per la bellezza della lingua, per le molte chiavi di lettura che contiene e perché rappresenta insieme a Cuore di De Amicis un riuscitissimo tentativo di costruzione di un’etica non cattolica in un paese cattolico; Amleto perché non è possibile prescindere da Shakespeare per andare a fondo nell’analisi dell’animo umano; La coscienza di Zeno per il suo respiro moderno ed europeo e per il sano e profondo divertimento che procura.

Foto: © Francesco Vieri